giovedì 12 marzo 2015

Possiamo porre fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo?


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

In un suo famoso aforisma Albert Einstein affermava: «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare». 

C'è di peggio, non solo i giusti se ne stanno a guardare, ma collaborano attivamente con i malfattori per realizzare quel disastro che abbiamo anche il coraggio di chiamare società.

È vero, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo esiste perché una élite egoista e parassitaria usa altri esseri umani come mezzi per ottenere il fine del profitto, ma affinché lo sfruttamento avvenga è altresì necessario che all'interno della società ci siano individui disposti a farsi sfruttare, che convivono con altri che trovano normale tollerare lo sfruttamento. 

Infatti, se la massa non fosse disposta a piegarsi alle volontà degli sfruttatori e si ribellasse contro chi intende asservire i propri simili, lo sfruttamento non troverebbe terreno fertile per concretizzarsi, perlomeno non senza ricorrere ad azioni coercitive.

Eppure, anche in quest'ultima drammatica situazione, se gli individui fossero determinati a tal punto da riuscire ad anteporre la propria vita alla schiavitù in virtù dei loro nobili ideali di giustizia e libertà, di nuovo lo sfruttamento non potrebbe avvenire e i malfattori sarebbero rapidamente spazzati via dalla società.

E invece oggi che cosa accade?

Non solo andiamo in cerca spontaneamente del nostro asservimento, ma siamo soliti ringraziare i nostri sfruttatori, ammirandoli e rivolgendoci a loro con i termini di benefattori, datori di lavoro o imprenditori, provando nei loro confronti stima, rispetto e anche una certa dose d'invidia, arrivando addirittura ad ambire alla loro posizione sociale.

Ma si può forse trovare una giustificazione per chi adotta una forma di violenza e di sopruso, seppur legittimata dalla legge?  

No di certo, chi sfrutta gli altri è pienamente responsabile, in quando potrebbe scegliere di non compiere quell'azione, per questo è ingiustificabile.

Chi asserve altri esseri umani per il profitto non dev'essere preso come esempio, né tanto meno dev'essere stimato e rispettato. 

Lo scopo di quegli individui non è assicurare il benessere degli esseri umani, bensì soddisfare un proprio egoistico bisogno, avvalendosi del meccanismo della subordinazione.

Non dovrebbe esistere alcun rispetto per chi tratta gli esseri umani come un mezzo e non come un fine.

Dall'altro lato, nel dualismo capitalista-proletario, ci sono i subordinati. Quelli che pensano di essere liberi e non si rendono neanche conto di appartenere a pieno titolo alla categoria dei moderni schiavi.

Il sistema si è impegnato a fondo per convincerli ad ambire alla propria schiavitù, illudendoli che lavorare per conto di altri individui sia un modo dignitoso di vivere, del tutto necessario se si vuole portare a casa il pane e una qualche presunta forma di libertà.

Ma dov'è la libertà in un sistema sociale dove la maggioranza degli individui non può seguire le proprie vere passioni, ed è costretta a fare solo ciò che garantisce un ritorno economico?

Dov'è la libertà in una società che costringe a sacrificare la maggior parte del tempo della propria unica esistenza per lavorare forzosamente? 

Dov'è la libertà quando si resta senza un contratto di schiavitù e non si vede alternativa a invocare a gran voce il proprio sfruttamento, pur di non finire a dormire per strada? 

Esistono tanti modi per sprecare la propria esistenza, ma quella di guadagnarsi uno stipendio come dipendente all'interno di un'azienda è uno tra i più stupidi, in special modo quando si tratta di un'azione consapevole e volontaria.

Certo, questa frase detta all'interno di un sistema socio-economico che insegna alle persone ad ambire alla propria schiavitù potrà suonare un po' strana, ma alla luce di un'analisi distaccata risulta essere la realtà dei fatti.

Chi sceglie il lavoro subordinato si sta auto-condannando a compiere quotidianamente azioni ripetitive e noiose svolte per un lasso di tempo disumano, al chiuso nel grigiore di uno stabile, come in una carcerazione temporanea.

Giorno dopo giorno il lavoratore subisce una continua forma di violenza, sperimentando una condizione di vita lontana anni luce dalle vere esigenze di ogni essere umano, che impedisce a quell'individuo di sviluppare le proprie potenzialità, nonché di vivere la vita con pienezza e in libertà.

Non si va al lavoro quando si ha voglia, no!

Ci si deve andare tutti i giorni, indipendentemente dalla propria volontà, dalle proprie condizioni di stanchezza fisica e mentale, a prescindere dalla motivazione e dalle condizioni climatiche, demandando al tempo del mai tutto ciò che invece potrebbe essere svolto durante l'orario di lavoro.

Un giovane lavoratore fresco, vitale e cognitivo dopo pochi anni di lavoro si trasforma in un essere mediocre, in pieno decadimento fisico e mentale, che sopravvive per inerzia nella sua inutile esistenza da schiavo del capitale.

Con il passare del tempo il lavoro coatto induce molteplici problemi di tipo psico-fisico, andando a minare salute, felicità e capacità intellettive.

Come se non bastasse, il frutto del lavoro dei subordinati viene ripartito in modo fortemente iniquo: la paga di molti schiavi è poco più che sufficiente a mantenerli in vita, mentre le loro fatiche soddisfano l'esigenza di profitto di un non ben definito numero di sfruttatori parassitari.

L'andare a mendicare il lavoro per accaparrarsi il diritto di essere sfruttati e generare utile per conto di altri, dovendo per giunta superare delle ridicole prove psico-attitudinali, per poi trascorrere il resto della vita a svolgere compiti che non sono pensati per essere interessanti, divertenti o gratificanti, con modalità antitetiche alle reali esigenze di benessere psico-fisico di un essere umano... rappresenta una dinamica evitabile che non ha ragione di esistere e che, per essere attuata, necessita d'individui scientemente allenati ad attribuire uno scarso valore a se stessi e alla propria esistenza.

Che cosa stiamo facendo quando firmiamo un contratto di lavoro?

Vendiamo la maggior parte della nostra vita ai detentori di capitale, che in questo modo potranno sfruttarci nel pieno della legalità; 

crediamo che lavorare significhi vivere e non ci rendiamo conto che in questo modo getteremo al vento l'inestimabile tempo della nostra unica esistenza.

Barattiamo i nostri beni più preziosi, ovvero la libertà e il tempo della vita, con un lavoro che ci trasformerà in automazioni, semplici ingranaggi di un sistema che non è neanche finalizzato al raggiungimento del benessere degli esseri umani. 

Lavorando freneticamente saremo sempre occupati e perderemo di vista le cose veramente importanti della vita. 

Il tempo libero oscillerà tra riposo e futili impegni non ulteriormente demandabili, che saremo costretti ad adempiere.

Gli amici, la famiglia, e perfino noi stessi, tutto passerà in secondo piano rispetto al lavoro.

Le giornate al servizio del capitale scorreranno rapidamente, l'una identica all'altra. 

Ben presto noia, insoddisfazione e un senso di smarrimento ci assaliranno.

Pian piano perderemo fantasia e creatività, vitalità e vigore fisico. 

Quel libro che avevamo iniziato resterà incompiuto, non riusciremo più a praticare sport, chiuderemo i nostri sogni in un cassetto, fin quando non ne conserveremo più neanche il ricordo.

La vita scorrerà via rapida come un fiume in piena, trascinando con sé le infinite occasioni concesse dalla complessità dell'esistenza, che purtroppo non torneranno più.

Un giorno ci sveglieremo di soppiatto realizzando di essere vecchi o malati e di non essere realmente più in grado di far nulla di significativo.

A quel punto i capitalisti ci avranno già gettato via così come si fa con un oggetto rotto, perché di certo non saremo più produttivi e quindi considerati inutili per il fine del profitto. 

In altre parole saremo trattati al pari di un rifiuto industriale. 

Solo allora comprenderemo fino in fondo che la pienezza intellettuale e il vigore fisico d'un tempo sono stati impiegati stupidamente, ma ormai non avremo più modo per rimediare perché il tempo di agire sarà passato.

Partecipando ai meccanismi che concretizzano una follia sociale, avremo gettato in mare la nostra unica esistenza per il gran bene di una élite. 

Saremo vecchi, la morte verrà a bussare alla nostra porta, e purtroppo non avremo vissuto neanche un giorno. 

Perlomeno un tempo la classe lavoratrice era consapevole della propria condizione e lottava per raggiungere l'emancipazione.

Oggi invece il subordinato medio, dopo anni d'indottrinamento mediatico, è completamente disorientato ed è in grado persino di ringraziare gli schiavisti per l'opportunità di essere sfruttato.

La più grande differenza con il passato, è che un tempo i lavori forzati venivano imposti con la forza, mentre oggi gli individui si procurano autonomamente la propria schiavitù, recandosi quotidianamente nelle aziende a servire i padroni.

I moderni schiavi non pensano che cooperando con i propri simili potrebbero assicurare il benessere e la libertà a se stessi e agli altri, preferiscono invece faticare per un'elemosina, ottenuta al caro prezzo dello sfruttamento e della privazione della libertà.

L'élite forma un esercito d'individui asservibili alle proprie necessità avvalendosi dell'istruzione e del continuo indottrinamento mediatico. 

Il capitale ha bisogno di moderni schiavi da utilizzare come se fossero delle macchine e non degli esseri umani.

Per raggiungere l'obiettivo del profitto, i veri bisogni degli individui passano in secondo piano. 

Lo sfruttamento, l'inquinamento e la guerra, diventano la normalità in quanto necessari al primo fine: quello dell'accumulazione di capitale. 

Alcuni si rendono conto di queste verità, ma pensano di non avere alternative e così ingoiano il rospo della subordinazione e di un lavoro stupido, inutile e totalizzante, giorno dopo giorno. 

Ma quel che è peggio è che qualcuno abbia addirittura il coraggio di sostenere che tutto ciò sia giusto, normale e auspicabile! 

Così, invece di allevare una nuova generazione di rivoluzionari che ambiscono a costruire una società migliore, gli stessi subordinati contribuiscono a mantenere in essere gli schemi mentali diffusi dal potere, spingendo le nuove generazioni a imitare i comportamenti dei genitori.

Trovati un lavoro stabile e sicuro, che sia totalizzante e alienante, i parassiti hanno bisogno del tuo sfruttamento;

compra una bella auto, uno smartphone e dei vestiti di marca, in modo da dimostrare l'appartenenza a un livello sociale più elevato rispetto al tuo, altrimenti poi la macchina del profitto si blocca;

accendi un mutuo per acquistare una casa, gli azionisti delle banche hanno bisogno di te per far fruttare i loro denari;

ma soprattutto, guarda la Tv, vai al cinema, leggi i giornali, tieniti informato sulle notizie di cronaca e su tutte le cazzate che vuoi;

vai a messa, prega e credi a quello che ti dicono gli stregoni, e stai sempre ben attento a evitare di pensare in modo scettico e razionale, in modo tale da non riuscire mai a comprendere la verità.

Nel vangelo di Matteo sta scritto: «amerai il prossimo tuo come te stesso», ma questo comandamento sarà del tutto inutile fin quando non inizieremo ad amare noi stessi. 

È evidente che per riuscire ad amare, bisognerebbe innanzitutto comprendere che cosa significhi amare noi stessi, perché fin quando non saremo effettivamente in grado di amare noi stessi, allora non comprenderemo neanche cosa significhi amare gli altri come noi stessi.

Non c'è amor proprio in questa società, perché chi si lascia sfruttare non si ama. 

Non ci sarà giustizia sociale fin quando anche un singolo individuo sarà disposto a tollerare il proprio sfruttamento e la propria privazione di libertà.

Non ci sarà alcun rispetto né per se stessi né per il prossimo se continueremo a lasciarci sfruttare e a tollerare che lo sfruttamento avvenga nei confronti degli altri.

Bisognerebbe invece pensare, mostrando un sentimento sferzante: 

se un altro essere umano viene sfruttato è esattamente come se lo stessero facendo anche a me; 

e dal momento che io non tollero che lo sfruttamento avvenga nei miei confronti, allora non posso neanche sopportare che quel trattamento venga attuato nei confronti di altri individui che, in quanto esseri umani, sono del tutto simili a me nei loro bisogni di base. 

Ma per far questo bisogna innanzitutto ripudiare il concetto di sfruttamento, altrimenti saranno gli sfruttati che renderanno possibile la loro condizione di subordinazione.

Volete che lo sfruttamento finisca? 

Bene! Non concedetevi agli sfruttatori, trovate un altro modo per vivere e agite in prima persona nei confronti di chi sfrutta, al fine d'impedire che lo sfruttamento continui a perpetrarsi. 

In un'organizzazione sociale degna di una comunità di esseri che amano definirsi "umani", il ruolo dello sfruttatore non dovrebbe esistere e affinché questo passaggio avvenga è assolutamente necessario che gli individui non siano più disposti a farsi sfruttare né a tollerare lo sfruttamento altrui.

Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è ingiusto e intollerabile, indipendentemente dalle condizioni di sfruttamento.

Dal ristoratore che ingaggia camerieri, ai capitalisti che assumono dipendenti nelle aziende, il meccanismo è il medesimo:

sfruttare altri esseri umani in modo parassitario per ottenere un egoistico vantaggio personale.

Non abbiamo bisogno né di azionisti né di proprietari per produrre il necessario, ma di fabbriche collettive che producano beni e servizi qualitativamente elevati, in quantità tali da poter essere distribuiti a tutti gli esseri umani e che vengano realizzati attraverso la collaborazione tra lavoratori e automazioni, in modo da ridurre al minimo l'orario di lavoro.

La società può essere riorganizzata in modo che tutti gli individui vivano allo stesso livello, senza sfruttati e sfruttatori, come una comunità di esseri umani che agiscono volontariamente e in modo sinergico per assicurare il benessere collettivo, non quello di pochi a discapito di molti.

Ma fin quando ci saranno individui che intendono sfruttare gli altri, e altri che si sottomettono volontariamente e tollerano lo sfruttamento dei propri simili, non avremo maturato la coscienza necessaria per definirci umani e lo sfruttamento continuerà.

Chi è disposto a farsi sfruttare e non si oppone apertamente allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è complice degli sfruttatori, in quanto rende possibile il perpetrarsi delle condizioni d'asservimento per se stesso e per il resto dell'umanità.

Mirco Mariucci

Se le idee contenute in questo saggio ti sono piaciute, puoi acquistare o scaricare gratuitamente la raccolta completa delle riflessioni di Mirco Mariucci al seguente indirizzo.

2 commenti:

  1. Ma voi davvero credete che la dea ragione può salvare il mondo?... L'duomo ha bisogno di ragionevolezza, non sa che farsene di discorsi razionali che lo rinchiudono in una asfissiante viottolo che sembra portare chissà dove, ma ad un certo punto s'interrompe e ci lascia come scemi... Le sue intenzioni sono belle, ma non produrranno nulla di meglio...

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    1. Non la dea Ragione, bensì l'essere umano può salvare il mondo, con le sue capacità. Infatti, una volta posto l'obiettivo del benessere collettivo come primo fine, è sufficiente usare la razionalità, ed i metodi della scienza, per ridisegnare la società, avendo cura di usare le risorse comuni in modo tale da garantire sia la sostenibilità ambientale che l'appagamento dei reali bisogni di tutti gli esseri viventi. La soluzione esiste, ed è concepibile razionalmente, ne sono certo perché è ciò che sto facendo con i miei articoli e con i miei saggi! Non ho ancora diffuso tutte le idee necessarie (i saggi sono quasi pronti e saranno messi on line gratis), ma su questo blog può già trovare molti pezzi del puzzle. Di certo, è necessario superare sia l'obiettivo del profitto che la competizione, tipiche dell'ideologia capitalista, perché inducono una dannosa eterogenesi dei fini pienamente manifesta nell'odierna società. Abbiamo risorse, conoscenze e capacità in abbondanza per realizzare una società sostenibile a misura di essere umano; quello che manca è la consapevolezza di massa necessaria per fare in modo che questa eventualità possa trasformarsi in realtà.

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