domenica 25 marzo 2018

A cosa serve votare in una dittatura mascherata da democrazia?


È incredibile quanta importanza dia il popolo a delle questioni insignificanti e quanto invece ignori le cose fondamentali.

Pensate: la maggior parte delle persone è convinta di poter cambiare le proprie condizioni esistenziali tracciando una “X” su di un pezzo di carta una volta ogni 5 anni, per poi tornare a condurre esattamente la stessa identica vita che faceva prima delle votazioni, senza modificare una sola virgola delle proprie azioni.

Eppure, è cambiando il proprio modo di agire nella quotidianità che si può migliorare sia la nostra esistenza che quella degli altri. Ma votare è fondamentale, ci dicono, invece modificare i propri comportamenti no!

O almeno, questo è quanto il potere vorrebbe farci credere... ma che senso ha votare in una dittatura mascherata da democrazia?

Prima di rispondere a questa domanda, ci sono un paio di punti preliminari che intendo discutere, per cercare di far comprendere a chi non ne fosse consapevole una parte dell'inganno in cui viviamo...

In molti sono convinti di vivere in una democrazia e di essere liberi. 

Nonostante la loro falsità, tali credenze sono assai radicate nella popolazione e fanno parte dei meccanismi di controllo sociale adottati nelle odierne “democrazie”. 

In realtà, ogni mente sveglia riesce a rendersi conto da sé che non esiste una vera democrazia e non siamo affatto liberi.

Oggi vige una moderna forma di totalitarismo mascherata da democrazia che si avvale dell'illusione della libertà per esercitare il controllo sociale. 

Si tratta della dittatura capitalistico-finanziaria, che impiega le logiche del mercato e la metafisica del denaro per schiavizzare l'umanità. Questo è quanto.

Nel tempo è cambiata la forma ma non la sostanza: siamo passati dalle dittature esplicite della prima metà del Novecento, alle attuali dittature camuffate da democrazie, perché i potenti hanno compreso che in questo modo avrebbero potuto imporre il proprio volere in modo ancora più efficace. 

Come? Facendo credere al popolo di “essere libero”, avendo l'accortezza d'istruire le masse affinché svolgessero autonomamente ciò che le élites avrebbero predisposto per conto loro, alimentando al tempo stesso il generale convincimento che quella gamma di scelte condizionate, tutte funzionali al sistema, in realtà, fossero il frutto dell'intima volontà dei singoli individui.

Che cos'è, dunque, l'illusione della libertà? 

È il vitello che, invece di pascolare libero nelle verdi praterie, sceglie la stalla più accogliente dove farsi imprigionare, si nutre d'un mangime gustoso per ingrassare e, una volta arrivato a maturazione, si reca perfino al macello senza porre alcuna resistenza, perché si fida dello stalliere.

Frequentiamo la scuola dell'obbligo fin dalla tenera età e già lì cominciamo ad essere addomesticati introiettando valori e conoscenze utili al sistema. Ma ciò non basta. 

Per mantenere in essere l'attuale ordine sociale, nel corso dell'intera esistenza subiamo un continuo processo di condizionamento mentale, che avviene attraverso una martellante esposizione ad apposite informazioni.

Perché per rendere tollerabile l'intollerabile, equo l'iniquo, giusto l'ingiusto, vero il falso, bisogna continuamente indottrinare, mentire, distrarre, manipolare, corrompere e, quando ciò non basta, costringere, con il ricatto o la forza.

Non a caso, siamo obbligati a svolgere per quasi tutto il giorno "un lavoro" a prescindere dal nostro vero essere, dalle nostre passioni e dalla nostra felicità, e al tempo stesso ci viene inculcata l'etica del lavoro, vale a dire l'etica degli schiavi.

È il sistema che ha bisogno di masse di lavoratori soggiogate dall'economia, non l'umanità.

Ma il condizionamento mentale è così efficace che la maggior parte degli individui si sono illusi che la propria vita sia il frutto d'un loro desiderio e non d'una costrizione!

Eppure, più mi guardo intorno e meno riesco a scorgere veri esseri umani: io vedo individui senz'anima, privi di consapevolezza che collaborano con il sistema che li opprime conducendo delle vite eterodirette.

Io vedo false esistenze prive di significato, ripetitive, standardizzate, meccaniche, al pari di quelle che potrebbero essere condotte da dei robot.

Ma com'è possibile che gli oppressi collaborino con gli oppressori? Che gli schiavi ambiscano alla  schiavitù? Che uomini ridotti in catene credano di essere liberi? Che chi vive in una terribile dittatura creda di far parte d'una magnifica democrazia?

La grande efficacia della dittatura camuffata da democrazia risiede nella strategia di condizionare il pensiero per poi lasciar agire gli attori sociali in effettiva condizione di libertà, fin quando l'azione di qualcuno di essi non minacci effettivamente il dominio dei reggenti o non entri in contrasto con le finalità e gli interessi dei gruppi di potere. 

È solo a quel punto che i detentori del potere interverranno in modo specifico con i provvedimenti che riterranno più opportuni per neutralizzare i comportamenti “devianti”, valutando a seconda dei casi che gli si presenteranno.

Ciò rafforza la generale convinzione di essere liberi, limita l'uso di strumenti repressivi allo stretto necessario e rende decisamente stabile il sistema, consentendo, nel suo complesso, il raggiungimento di un livello di controllo sociale assai più elevato rispetto a quello di un totalitarismo esplicito.

Le motivazioni sono evidenti: in un sistema dittatoriale palese, quasi tutti sono consapevoli della situazione in cui si trovano, perché l'oppressore è noto, così come lo sono i suoi metodi violenti, solitamente basati sull'uso diretto ed esplicito della forza. Chi non si adegua sa già in partenza che verrà torturato, imprigionato o ucciso. Pertanto, la totale mancanza di libertà è evidente e fortemente percepita.

Ciò non accade nelle false democrazie, dove i manganelli vengono sostituiti dalla propaganda (fin quando possibile); la censura avviene mediante il discredito e la diminuzione di visibilità; il libero pensiero non è vietato ma si cerca di fare in modo che gli individui non riescano a pensare in modo libero; la libera iniziativa individuale è concessa a patto che segua le logiche del profitto; non v'è lavoro forzato ma costrizione alla scelta d'un lavoro tra quelli disponibili... e così via.

In questo caso, la totale mancanza di libertà non è affatto percepita, fin quando uno spirito libero non sceglie di deragliare dai binari imposti dalla società, sperimentando sulla propria pelle le contromisure che serviranno per riportarlo sulla “retta” via. 

A quel punto, quell'individuo potrebbe acquisire consapevolezza della realtà in cui vive, ma nel caso in cui provasse ad esporre agli altri ciò a cui è stato sottoposto o cercasse di spiegare alla massa la vera condizione in cui essa vive, non troverebbe quasi nessuno disposto a dargli credito. 

Al contrario, lo prenderebbero per pazzo e gli attaccherebbero immediatamente delle etichette per screditarlo ed impedire che altri individui approfondiscano il suo pensiero. 

È così che il sistema mette a tacere ogni voce dissonante rispetto alla narrazione dominante, bollando arbitrariamente come complottismo, fake-news, pseudo-scienza o utopia irrealizzabile, ogni genere di tesi, teoria, ideologia e argomentazione che risulti scomoda per i detentori del potere, i loro interessi economici ed il mantenimento dell'ordine costituto. 

Ciò che ne scaturisce è un sistema decisamente più subdolo, effimero ed ingannevole, ma al tempo stesso estremamente preciso e puntuale, nel quale gli individui conducono esistenze forzose al di fuori della loro volontà esattamente come nei regimi totalitari, minimizzando però la percezione della loro perdita di libertà.

Le catene invisibili cinte nella mente sono assai più temibili di quelle reali, ed è proprio la loro difficoltà ad essere individuate a renderle tremendamente efficaci.

È su questo principio che il potere ha realizzato il moderno sistema di controllo sociale, tutt'ora in essere, i cui meccanismi di base stanno divenendo sempre più chiari in questo periodo storico, perché via via che le condizioni sociali vanno peggiorando, il condizionamento mentale non è più sufficiente a celare l'inganno e, per contenere il dissenso e zittire le voci dissonanti, c'è sempre più bisogno d'intervenire in modo diretto ed esplicito, così come nelle vecchie dittature, palesando la vera natura totalitaria dell'odierna “democrazia”. 

Anche il meccanismo delle elezioni rientra tra gli strumenti utilizzati dal potere per controllare le masse, ma queste ultime sono troppo addormentate per comprenderlo e vi prendono parte con ardore, schierandosi per l'una o per l'altra fazione.

Ma che cos'è il voto? Il voto è un meccanismo concesso ai sottomessi dai loro dominatori. E soltanto un ingenuo può sperare di fronteggiare il potere utilizzando gli strumenti del potere.

Voi credete di essere liberi perché vi concedono la possibilità di scegliere un partito che promette di curare i vostri interessi? 

Non fatemi ridere: la favoletta secondo la quale i membri del partiti politici una volta saliti al potere si prodigheranno in modo indefesso per migliorare le condizioni di vita dell'umanità, può essere raccontata ai bambini ed ai creduloni di tutte le età, ma è stata confutata da decenni di Storia.

I governi hanno sempre dichiarato di guardare all'interesse generale, salvo poi occuparsi dell'interesse particolare di gruppi elitari di potere, imponendo al popolo le misure richieste dai loro veri padroni.

Se così non fosse, ed i governi avessero combattuto le élites in nome del popolo, a quest'ora non avremmo vissuto in una società caratterizzata da un ampissimo divario sociale e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Al contrario, è proprio lo Stato, per mezzo dei governi, delle leggi e delle forze armate, a rendere “normali” simili condizioni d'ingiustizia sociale, consentendo ai ricchi d'esser ricchi ed ai poveri di essere sfruttati dai ricchi, in tutta legalità. 

Credete di essere liberi perché vi hanno concesso la possibilità di svolgere un lavoro compatibile con le logiche del mercato? 

Che ingenuità! La narrazione secondo la quale gli esseri umani possono realizzarsi mediante il lavoro fa parte dell'inganno: per come è organizzato oggi il mondo del lavoro, il lavoro non serve ad emanciparsi ma a diventare degli schiavi.

L'unica possibilità concessa alla massa consiste nello scegliersi la propria tipologia di schiavitù, sempre ammesso che nel mercato del lavoro, ovvero nella moderna tratta degli schiavi, vi sia richiesta di schiavitù.

Già, perché in caso contrario si è “liberi” di emigrare, di finire in povertà ai margini della società e di soffrire il freddo e la fame, a seconda dei casi. E mi raccomando: guai a protestare! 

Perché in quel caso i manganelli dati in dotazione alle forze dell'ordine colpirebbero le vostre zucche vuote per ripristinare l'ordine pubblico e per ricordarvi che viviamo in una “democrazia”. 

Certo: viviamo in una "democrazia", fin quando il volere del popolo collima con quello di chi detiene il potere e ciò che viene imposto dall'alto è tollerato dalle masse. 

Quando ciò non accade, ecco che lo Stato ricorre alla propaganda e alla violenza, perché oggi è concessa soltanto la “libertà” di fare ciò che è compatibile con il sistema capitalistico-finanziario. 

E disgraziatamente quel sistema non prevede affatto l'esercizio di una vera forma di libertà per gli esseri umani, ma il loro totale asservimento alle sue logiche, tanto dispotiche quanto distopiche. 

Come si può parlare di libertà in una società che obbliga gli individui a svolgere soltanto quelle attività economiche che sono in grado di generare un profitto?

Perché mai un individuo non dovrebbe essere libero di dedicare la sua esistenza a tutte le altre attività creative, gratificanti e non dannose per l'umanità, la cui pratica non genera un ritorno in termini di denaro sufficientemente elevato da giustificarsi?

Perché sprecare la vita in una fabbrica o in un'azienda come schiavo del capitale è considerata una mansione “nobilitante” e “degna” d'esser retribuita, anche quando le conseguenze di quel lavoro sono dannose per se stessi e/o per la società, mentre il dedicarsi all'arte e alla filosofia invece no, nonostante l'umanità abbia assai più bisogno di bellezza e di verità, piuttosto che di bombe e di prodotti usa e getta?

Come può dirsi libero un uomo che è costretto ad annullare la propria volontà per assecondare la “volontà” del mercato? 

Noi siamo creatori di mondi, ma l'unico mondo che contribuiamo a generare è un mondo a misura di capitale.

Lo spettro del possibile è infinito, ma abbiamo limitato così tanto il nostro potenziale fino a ridurci ad esaudire soltanto i desideri del dio Denaro.

E se per caso quel “volere” rendesse miserabile l'umanità, generando una società ingiusta ed insostenibile, come di fatto è oggi la società capitalistica, perché mai dovremmo esaudirlo?

Com'è possibile che l'umanità obbedisca ad una sorta di metafisico aguzzino?

Perché in realtà non siamo liberi, siamo degli schiavi: siamo ingranaggi di un sistema che da un lato ci trascende e dall'altro c'ingloba, travolgendoci.

Ci trascende, perché non comprendiamo fino in fondo le sue dinamiche, i suoi scopi, le sue conseguenze; c'ingloba, perché siamo noi stessi a rendere possibile l'esistenza di quel sistema, alimentandolo quotidianamente con le nostre scelte, con le nostre azioni, con il nostro pensiero.

Eppure noi abbiamo il potere di liberarci, ma fin quando non saremo pienamente consapevoli, non riusciremo ad individuare le nostre catene e continueremo a causare e a subire le conseguenze negative del sistema sociale che generiamo.

Nonostante tutto, io sono convinto che alcuni continueranno a credere di essere “liberi”, perché i potenti gli concedono di recarsi alle urne.

Costoro provino a spiegare di essere liberi a quei padri che per mantenere i propri figli sono costretti a darsi per mare per andare a cercare un qualsiasi lavoro lontano dai loro affetti. 

Provino a dire di essere libero a quell'operaio che è costretto a rovinarsi la salute all'interno di una fabbrica ripetendo le medesime operazioni per tutto il giorno, o a quell'impiegato che annulla il suo essere rinchiuso in un ufficio per riempire delle scartoffie verso le quali non prova il benché minimo interesse.

Provino ad illustrare il concetto della libertà dell'odierna democrazia basata sul libero mercato a quella massa di lavoratori mal pagati, sfruttati e precari che ciononostante lavorano lo stesso, perché questo è il “miglior” modo che il sistema economico gli ha concesso per non soffrire la fame.

E non mi si venga a dire che il sistema capitalistico offre la “libertà” d'inventarsi il proprio lavoro, perché oggigiorno sono le logiche economiche che dominano l'uomo, non il contrario, come invece sarebbe auspicabile che fosse. 

E la medesima cosa avviene per il lavoro: nella società capitalistica non è l'uomo a controllare il lavoro, come invece dovrebbe essere, è il lavoro (con le sue logiche) a controllare l'uomo. 

Ciò significa che anche nell'assai remota ipotesi in cui qualcuno riuscisse ad avere idee originali per  generare profitto e disponesse dei fondi necessari per avviare la propria attività, costui starebbe comunque subordinando la propria esistenza ed il proprio agire al profitto e al mercato, trasformandosi in un burattino dell'economia.

Nella società capitalistica, i fili del burattinaio non dirigono soltanto il mondo del lavoro, ma anche quello dei consumi, degli stili di vita, dei percorsi di studi: tutto concorre al mantenimento del sistema, e se così non fosse, quel genere di azione controcorrente sarebbe reputata socialmente inammissibile ed in quanto tale verrebbe osteggiata e marginalizzata, rendendola, di fatto, impraticabile. 

Altro che libertà: la maggior parte di ciò che gli individui compie nel corso della propria esistenza è dovuta ad un condizionamento mentale, ad una forzatura artificiosa, ad un obbligo, un ricatto e, guarda caso, tale insieme d'azioni risulta prettamente funzionale all'attuale ordine sociale.

Studiamo in vista del lavoro, non per passione. Lavoriamo per costrizione, non per volontà. Svolgiamo il lavoro che riusciamo a trovare, non quello che ci piacerebbe davvero fare. Sopportiamo condizioni lavorative disumane, non di certo perché ne siamo felici ed ancor meno perché debba essere necessariamente così.

Produciamo e consumiamo beni e servizi allo scopo di sostenere l'economia, non per soddisfare nel migliore dei modi le reali necessità dell'umanità. Legittimiamo potere a chi ci sfrutterà e a chi predisporrà le condizioni per il nostro sfruttamento, non perché ciò assicurerà il benessere della collettività ma perché non abbiamo compreso il grande inganno dell'odierna società.

Siamo al tempo stesso vittime e carnefici del sistema che ci viene imposto ma che può sussistere soltanto in forza della nostra diretta e quotidiana collaborazione, che sia essa consapevole o inconsapevole, non fa alcuna differenza: l'importante è partecipare. 

Un sistema che continuerà ad esistere fin quando non riusciremo a trovare il coraggio di sottrarci alle sue logiche rimettendole in discussione, per concepire un'altra società.

È così che diventiamo i carcerieri di noi stessi e del resto dell'umanità, con la nostra complicità, con il nostro consenso: ed è proprio a questo livello che opera il teatrino delle elezioni politiche.

Il meccanismo di controllo sociale legato al voto ed al governo ricorre ad alcuni inganni di facile comprensione.

Il primo di essi, consiste nel convincere il popolo che sia il governo ad avere il potere, quando invece il potere è, ed è sempre stato, nelle mani del popolo, ma il sistema cerca di far credere alla massa che non sia così. 

Del resto, come può un piccolo gruppo di persone dirigere le esistenze di una massa composta da milioni d'individui?

È evidente che potrà farlo fintantoché la massa collaborerà, consapevolmente o inconsapevolmente, con i presunti detentori del potere, mettendo in atto ciò che quella minoranza d'individui gli suggerisce di fare. 

Quanto appena affermato resterà valido fin quando non esisterà un modo per controllare totalmente le menti degli esseri umani, annullando completamente il pensiero e la volontà individuale.

Non che si tratti di una grande scoperta: i potenti hanno da sempre avuto bisogno del consenso delle folle per esser tali; se così non fosse, il loro potere svanirebbe in un sol istante.

In realtà, il potere dei cosiddetti "potenti" è soltanto un'illusione basata su di un inganno psicologico.

Per comprenderlo, immaginate di prendere due uomini anziani considerati ricchi e potenti, e di spostarli in un contesto completamente diverso rispetto a quello in cui sono abituati a vivere, privo di quella massa che è culturalmente allenata ad attribuirgli status sociale.

Cosa accadrebbe, ad esempio, se il Papa ed il Presidente della Repubblica italiana si risvegliassero, come per magia, in una tribù di cacciatori raccoglitori che non è mai venuta in contatto con la cosiddetta civiltà? 

Agli occhi degli indigeni, quei due individui sarebbero soltanto due vecchi malandati, alquanto inadatti per svolgere le attività utili alla loro comunità. 

I loro denari sarebbero del tutto insignificanti, e non potrebbero comprare alcunché, perché l'economia di quella tribù non è basata né sulla moneta né sugli scambi commerciali, ma soltanto sull'aiuto reciproco e la condivisione dei beni.

Se provassero ad asserire di essere il rappresentante di Dio in Terra ed il Presidente di una nazione composta da 60 milioni di abitanti, non verrebbero compresi e/o sarebbero derisi.

Ed ecco che non avendo più né servitori né adulatori, il Papa ed il Presidente vedrebbero svanire nel nulla tutto il loro "potere" e la loro “ricchezza”, che invece gli venivano riconosciuti in Italia, e così, per evitare di morire di fame, dovrebbero porsi al medesimo livello degli altri, cooperando con i membri della comunità. 


Se le loro qualità fossero state “reali”, e non un attributo metafisico frutto di un trucco psicologico, di certo non sarebbero svanite: un uomo forte e vigoroso, infatti, sarebbe rimasto tale sia in Italia che in mezzo ad una tribù di cacciatori raccoglitori.

In modo analogo, se il popolo cessasse di sottomettersi agli sfruttatori e di assecondare il volere delle élites, d'un tratto, non esisterebbero più né sfruttatori, né gruppi di potere.

È questa una verità fondamentale che chi detiene il potere non vuole assolutamente far comprendere alle masse: se il popolo si organizzasse, e fosse unito nel suo agire, darebbe luogo ad una forza incontrastabile.

Ecco perché i potenti cercano in tutti i modi di mettere gli individui gli uni contro gli altri, e di far credere al popolo che l'unico modo per cambiare le cose consista nell'andare a votare, ovvero nel delegare ciò che andrebbe fatto in prima persona ad un piccolo gruppo d'individui.

È così che scatta la trappola della democrazia rappresentativa, perché quando nella società qualcosa non funziona come dovrebbe, invece di organizzarsi ed agire dal basso, il popolo è ammaestrato a pensare che quel compito spetti al governo, che quindi la colpa sia del governo e infine, nel caso quest'ultimo fallisse la sua (presunta) missione, che la “soluzione” consista nel cambiare il governo.

Mai e poi mai il popolo deve comprendere che è esso stesso ad avere il potere di risolvere direttamente i suoi problemi, organizzandosi e cooperando fino a coinvolgere tutti gli individui, se necessario, ma senza alcun bisogno che sia un governo a decidere per conto suo cosa si deve o non si deve fare, cos'è giusto e cos'è sbagliato, cos'è legale e cos'è illegale...

È così che il popolo ripone il proprio destino nelle mani dell'ennesimo Salvatore, il governo, agendo come farebbe un bambino immaturo che si affida a suo padre per risolvere i suoi problemi, invece di provvedere a se stesso da sé, così come farebbe un adulto indipendente e maturo. 

Quale migliore occasione per il potere, se non quella di dirigere un gregge mansueto addestrato a delegare, che senza la guida d'un gruppo di pastori non sarebbe in grado di muovere un sol passo?

Il secondo inganno insito nelle elezioni politiche delle “democrazie”, così come le conosciamo oggi, è basato sulla fallacia logica della falsa dicotomia.

Il meccanismo funziona così: per risolvere una situazione, si cerca di far credere all'interlocutore che si possa scegliere solo tra un ristretto ventaglio di possibilità, quando in realtà ci sono anche altre modalità per affrontare la medesima questione, che però vengono appositamente omesse.

Applicando questo principio alle elezioni, il trucco è presto svelato: vuoi cambiare le sorti della tua nazione?

Puoi votare il partito A, il partito B, oppure, se preferisci, il partito C, ma di fatto tutti quei pariti condividono la medesima essenza, perché, ad esempio, nessuno di essi rimette in discussione il modello capitalistico e tutti adottano un regime economico neoliberale. 

Per rendere più credibile la messa in scena, e cercare di fugare le residue possibilità di comprensione delle questioni fondamentali, i partiti in lotta per conquistare la maggioranza si affronteranno con tenacia, sbeffeggiandosi ed insultandosi aspramente, come se fossero degli acerrimi nemici, avendo l'accortezza di concentrare l'attenzione del pubblico solo sulle tematiche di secondaria importanza che non siano in contrasto con il dominio e gli obiettivi dei gruppi di potere. 

È così che viene a crearsi una falsa contrapposizione, che aiuterà a donare al regime dittatoriale capitalistico la parvenza di una reale democrazia.

Se per caso una forza politica dovesse trattare dei punti programmatici scomodi per il potere, i partiti più importanti, con la complicità di giornali e televisioni, lavoreranno con minuzia per sterilizzare l'azione di quel partito a suon di retorica, discredito e falsità, così che i temi più importanti vengano percepiti come i più ridicoli e le migliori soluzioni per il popolo appaiano alle masse come le più dannose.

In ogni caso, il proliferare di partiti e fazioni in contrapposizione, apparente o reale che sia, sarà di grande aiuto nel frammentare il popolo in tanti schieramenti, di modo che i cittadini ingaggeranno una scellerata lotta fratricida, invece di coalizzarsi su temi comuni di fondamentale importanza indirizzando le loro energie verso i veri nemici e la risoluzione dei problemi sociali.

Niente di nuovo, si tratta della moderna forma del “divide et impera”, stando alla quale una tra le migliori strategie per controllare un popolo consiste nel provocare divisione e discordia tra gli individui. 

Contestualizzando la discussione nell'attuale scenario politico italiano, si hanno sostanzialmente 3 schieramenti principali che possono sperare di ambire alla maggioranza in parlamento: quello di centro-sinistra, che propone gli Stati Uniti d'Europa con politiche economiche di tipo neoliberale; quello di centro-destra, che propone più sicurezza con politiche economiche neoliberiste; e quello del movimento 5 stelle, che sposa politiche economiche neoliberiste al grido di onestà.

Quindi, sia che siate impauriti dagli immigrati, che di notte sogniate gli Stati Uniti d'Europa o che siate degli onesti cittadini, avete la vostra “scelta” da compiere.

Per i “veri” rivoluzionari ci sono i partiti minoritari, come ad esempio quelli di estrema destra e di estrema sinistra, la cui funzione è di far credere a tutti di vivere in una “vera” democrazia, perché se non ti piace il capitalismo puoi pur sempre esprimere il tuo dissenso barrando un simbolo, illudendoti che così facendo cambierai la Storia.

L'importante è che il giorno dopo le votazioni ognuno ritorni dal proprio capitalista a fare lo schiavo, così come ha fatto fino a quel momento, e che chi non ha un lavoro si rimetta alla disperata ricerca di un contratto di schiavitù, senza lamentarsi e soprattutto evitando di pensare. 

Una volta i rivoluzionari concepivano nuovi modelli sociali, rovesciavano regimi, espropriavano le fabbriche e occupavano le università rivendicando diritti e giustizia sociale, oggi invece si recano civilmente nelle cabine elettorali, pensando che sia compito dei governi quello di migliorare il mondo, nonostante siano proprio le decisioni di quest'ultimi ad aver causato le peggiori sciagure dei popoli.

Eppure, c'è ancora chi non riesce a comprendere che esprimere il proprio voto significhi partecipare al gioco delle élites.

Ma credere che le élites debbano risolvere i problemi dell'umanità, è come affermare che la pedofilia debba essere combattuta dai pedofili.

Il potere delle élites non va alimentato, va dissolto. Per quale motivo pensate che ci lascino votare?

Perché il meccanismo del voto è del tutto innocuo per il potere, se così non fosse state pur certi che l'avrebbero reso illegale.

Con il voto, infatti, il popolo è “libero” di eleggere i membri di alcuni partiti che siederanno in parlamento. 

Ma i gruppi politici che riscuotono maggior successo, così come gli esponenti che ricoprono i ruoli “chiave” nelle istituzioni, sono stati accuratamente analizzati e corrotti dal potere nel corso del tempo, in modo da sincerarsi che il loro pensiero, ed il loro operato, non entrasse in contrasto con i reali obiettivi delle élites o che, ancor meglio, volgesse addirittura in loro favore.

In caso contrario, quel partito non avrebbe accresciuto in così gran misura il suo elettorato e quel personaggio “scomodo” non avrebbe fatto carriera, perché le élites sarebbero intervenute con ogni mezzo a loro disposizione per minacciare, ostacolare, screditare, togliere visibilità e consenso, a quell'individuo e a quel partito.

Le forze politiche di piccole dimensioni, dato il loro scarso consenso, non rappresentano affatto un problema per le élites e, almeno in una prima fase, la loro presenza può anche essere tollerata, così da rafforzare la generale convinzione di vivere in una vera democrazia rappresentativa.

Oltre a ciò, si tenga presente che il potere interviene costantemente per manipolare l'opinione pubblica e che le campagne propagandistiche aumentano d'intensità a ridosso delle votazioni, così da indirizzare "correttamente" le “scelte” del popolo.

Onestamente, non penso che debbano esserci grandi difficoltà nel condizionare il voto di una massa di analfabeti funzionali, viste le odierne conoscenze nel campo della psicologica e dato il dilagare dei moderni mezzi di comunicazione.

Si pensi solo al potente connubio ottenuto combinando smartphone e social-network, attraverso i quali i messaggi propagandistici possono essere realizzati su misura in base al profilo psicologico di ogni singolo individuo, incrementandone drasticamente l'efficacia rispetto al classico condizionamento propagandistico diffuso mediante la televisione, che invece viene tarato sulla base del profilo psicologico del telespettatore medio che segue una certa trasmissione.

Ecco spiegato come il potere agisce per rendere del tutto innocue le elezioni. 

Con questi presupposti, al termine di un mandato governativo, si chiederà al popolo di andare a votare, non importa chi, ma è fondamentale che ci sia un'elevata partecipazione.

Infatti, qualunque sia l'esito delle votazioni, in parlamento siederanno principalmente i membri di quei partiti direttamente creati, voluti e corrotti dalle élites, con il preciso compito di illudere le masse di curare gli interessi del popolo per poi varare riforme utili ai gruppi di potere, assieme ad altri partiti, talvolta anche creati dal basso, i cui programmi programmi politici risulteranno compatibili con gli interessi delle élites. 

Occasionalmente, i cittadini potranno votare e far entrare in parlamento anche esponenti di partiti minoritari, perfino con programmi in forte contrasto con il volere dei potenti, che però saranno del tutto innocui, visto il loro piccolo numero di seggi. 

Così facendo, qualunque sia l'esito delle votazioni, le élites avranno la certezza pressoché matematica che, nel peggiore dei casi, il parlamento non intralcerà i loro piani, mentre, nella migliore delle ipotesi, ogni loro desiderio sarà prontamente esaudito, addirittura con il consenso di una massa di beoti appositamente allevati per esser tali. 

Se quanto ho sostenuto è corretto, quando in parlamento si hanno due grandi partiti in contrapposizione, significa che ciascuno di essi rappresenta gli interessi di un certo gruppo di potere.

Talvolta, gli interessi di questi gruppi possono risultare in reale contrasto e le relative forze politiche possono essere espressione di élite differenti; 

in altri casi, invece, entrambi gli schieramenti possono aver appositamente inscenato una falsa contrapposizione, per ingannare il popolo e servire al meglio un medesimo padrone, magari alleandosi successivamente alle votazione realizzando una grande coalizione.

Simili argomentazioni possono essere estese al caso di tre o più pariti, complicando le dinamiche senza però mutarne l'essenza. Alternanze e false contrapposizioni concorrono ad alimentare la parvenza di democraticità del sistema, contribuendo così alla sua stabilità. 

In definitiva, quanto detto fin qui chiarisce come il potere possa strumentalizzare assai più facilmente di quanto si possa immaginare sia il governo che le votazioni.

Al di là di queste riflessioni, resta il fatto che i sedicenti politici, eletti in modo “democratico”, che hanno sempre dichiarato di voler migliorare le condizioni dei popoli, hanno anche avuto a disposizione decenni di tempo per elevare le condizioni di vita dell'umanità a livelli inimmaginabili. 

A quest'ora, se avessero davvero voluto e ne fossero stati capaci, i governanti avrebbero potuto realizzare il Paradiso sulla Terra. Di certo, il consenso non gli è stato negato. 

E invece, guardate in che condizioni versa la società: viviamo proprio in un bel paradiso, il paradiso dei capitalisti.

Ciò nonostante, la massa è ancora convinta che la democrazia rappresentativa sia il miglior sistema per organizzare una società d'individui nel loro diretto interesse.

Come mai il cervello dei più va letteralmente in tilt quando qualcuno gli spiega che votare è inutile, se non addirittura dannoso, perché legittima e rende complici di quel sistema corresponsabile del loro malessere esistenziale?

Perché questa presa di consapevolezza stride con tutto ciò che gli è stato detto fin dalla tenera età da mamma, papà, dagli insegnati, dalla televisione e così via, i quali hanno contribuito a formare e rafforzare nella loro psiche la ferma convinzione che il voto sia la cosa più importante da fare all'interno di una democrazia. 

Niente di più falso: una vera democrazia richiede ai suoi cittadini partecipazione attiva e diretta all'attività politica, intesa nel senso più ampio e nobile del termine. 

Ciò significa studiare, informarsi, vigilare, ricercare e diffondere la verità, avanzare proposte, cooperare, opporsi alle storture, protestare, scioperare e boicottare, se necessario, comportandosi secondo i più elevati standard etico-morali ed agendo nell'interesse generale. 

Tutto ciò, qualora fosse attuato da ogni cittadino, darebbe senz'altro origine ad un'effettiva democrazia ma, come i lettori più accorti avranno notato, l'elezione di governanti tramite il voto non è presente nel precedente elenco, perché una simile prassi non è affatto indispensabile per l'istituzione di una società democratica. 

Così come non è necessario che vi sia un governo, giacché il popolo stesso potrebbe autogovernarsi, adottando modalità organizzative differenti da quelle della “democrazia” rappresentativa a cui siamo stati abituati, oppure perché i singoli individui potrebbero autodeterminarsi, auto-imponendosi di agire in modo etico e nell'interesse generale ciascuno per sé.

Dal punto di vista del potere, invece, è assai utile che vi sia un governo che diriga i popoli, ed è ancora più importante che i popoli riconoscano la legittimità di quel governo.

Per questo, i potenti non fanno altro che strillare e ribadire con il megafono dei mass media che bisogna votare, che il voto è un diritto e un dovere, che chi non partecipa al voto non può lamentarsi e così via, perché sanno perfettamente che se il numero dei votanti fosse basso, il popolo non sarebbe più disposto a subire le imposizioni d'un governo reputato dai più illegittimo. 

In quel preciso instante, il sistema imploderebbe su se stesso, perché i giocatori avrebbero abbandonato il tavolo da gioco truccato dal potere. 

Ciò potrebbe significare la fine del dominio e della ricchezza di quelle élites che hanno strumentalizzato la Stato, il governo ed il meccanismo del voto, per assicurare la loro esistenza criminosa e parassitaria.

Ecco cosa temono le élites: che gli esseri umani si risveglino ed, avendo compreso l'inganno della società in cui vivono, smettano di alimentare quel sistema che li riduce in schiavitù e comincino ad impiegare la loro energia per costruire un mondo di liberi e uguali.

Ma affinché ciò accada, è di fondamentale importanza che le masse abbiano ben in mente un nuovo modello socio-economico-culturale da poter impiegare per sostituire il precedente.

Anche per questo, ritengo che sia giunto il momento di rimettere in discussione l'odierna concezione di democrazia rappresentativa: c'è un'assoluta necessità di riflettere per concepire una nuova forma di organizzazione sociale che sia effettivamente democratica e che non corra il rischio di essere facilmente strumentalizzata da gruppi di potere.

A tal fine, muoverò alcune critiche che ci aiuteranno a delineare un sistema organizzativo ideale per i nostri obiettivi.

Per prima cosa, per quale motivo al comando di uno Stato dovrebbe esserci per forza un partito, o una coalizione, avente una maggioranza?

Chi ha dimostrato che ciò rappresenti la miglior scelta per curare l'interesse generale?

Vorrei far notare al lettore che, non di rado, le democrazie rappresentative impongono il volere dei pochi ai molti, anche senza che gruppi di potere intervengano a distorcerne le dinamiche. 

Supponiamo che in un'elezione vi siano il 30% di astenuti e che uno schieramento sia votato dal 50%+1 dei votanti. Supponiamo che il numero dei seggi assegnati sia proporzionale alle percentuali di voto.

Ciò significa che il governo formato dallo schieramento che ha ottenuto la maggioranza imporrebbe il proprio volere a tutti i cittadini grazie al consenso del (100-30)/2= 35% circa degli aventi diritto di voto. 

Com'è facile comprendere, introducendo un premio di maggioranza, la situazione non potrebbe far altro che peggiorare, perché per ottenere la maggioranza dei seggi in parlamento non sarebbe più neanche richiesto l'ottenimento del 50%+1 dei voti, ma una percentuale ad essa minore.

La rappresentanza diminuirebbe ancor più qualora venissero introdotte delle soglie di sbarramento, al di sotto delle quali i partiti non avrebbero il diritto di accedere al parlamento.

È altresì vero che l'eliminazione delle soglie di sbarramento e la mancanza di un premio di maggioranza da assegnare, ad esempio, al partito che conquista il maggior numero di voti, da un lato, contribuirebbe a formare un parlamento assai più rappresentativo rispetto a quello che si sarebbe ottenuto con un sistema elettorale con soglie di sbarramento e premio di maggioranza, ma dall'altro difficilmente consentirebbe ad una forza politica di avere i numeri sufficienti per governare da sé.

È quindi evidente il conflitto tra governabilità e rappresentatività, perché per governare un paese sembrerebbe utile che vi sia un solo partito, o una coalizione con un solo programma, avente un'ampia maggioranza, mentre per fare in modo che tutte le correnti di pensiero siano rappresentate, bisognerebbe eleggere con un sistema proporzionale puro un parlamento assai diversificato, composto da molti partiti con “poco” consenso. 

A questo punto, qualcuno obietterà che, in qualche modo, un governò avente la maggioranza dei seggi si dovrà pur fare, altrimenti chi prenderà le decisioni per il “bene” del paese? 

E invece no, perché per governare un paese non dev'esserci per forza una maggioranza che assume il potere.

Ora, siccome la differenza tra l'assegnare temporaneamente il potere ad un dittatore (ed ai suoi collaboratori) e ad un partito politico avente un'ampia maggioranza è puramente formale ma non sostanziale, e noi stiamo idealmente cercando di abbandonare le false democrazie per dirigersi verso una vera democrazia, bisognerà escogitare un'altra soluzione che sia rappresentativa e che non preveda una maggioranza di governo, ma che riesca comunque a prendere delle decisioni.

Aboliamo, per un istante, ogni partito politico ed assumiamo di voler eleggere democraticamente un parlamento che curi l'interesse generale.

Questo organo potrebbe essere formato dai “migliori” rappresentanti di ogni realtà locale, si pensi pure ad un certo numero d'individui per ogni comune che si sono contraddistinti per etica, capacità ed intelligenza, i quali siedono assieme ad un certo numero di esperti nei vari campi del sapere. 

Ovviamente, tutte queste figure sarebbero elette dal popolo tramite delle votazioni, andando così a formare un parlamento sufficientemente rappresentativo e competente. 

Eliminiamo la prassi del dover formare un governo avente la maggioranza dei seggi: che sia il parlamento a governare.

È del tutto chiaro che, pur non essendovi alcun partito di maggioranza (perché per ipotesi abbiamo addirittura eliminato i partiti politici), un così eterogeneo gruppo d'individui potrebbe comunque analizzare i problemi della società, stabilire un elenco di priorità da affrontare, unire conoscenze e competenze e discutere al fine d'individuare le migliori soluzioni per risolvere ogni specifico problema, approvando a maggioranza i provvedimenti da attuare.

La “maggioranza” verrebbe così a formarsi di volta in volta sui temi specifici, dopo aver effettivamente dibattuto e riflettuto su di un ventaglio di possibili soluzioni. 

Di certo, un simile parlamento sarebbe maggiormente rappresentativo rispetto a quelli odierni, in cui siedono politici che condividono le ideologie di un piccolissimo gruppo di pariti ed in cui soltanto uno di essi, o una coalizione omogenea nel pensiero, assume il comando e legifera a suo arbitrio.  

Con le modalità sopra esposte, invece, ogni parlamentare potrebbe esprimere in modo libero il proprio voto, perché non dovrebbe più sottostare alle direttive dei capi politici e alle logiche dei partiti.

Ciò mostra in modo molto semplice che, per risolvere i problemi d'un paese e migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti, non è affatto necessario che si formi una maggioranza politica che assuma da sé il governo del paese, né che vi siano partiti e fazioni in lotta per la conquista del potere.

Alcuni potrebbero contro-argomentare dicendo che un simile parlamento non riuscirebbe a trovare un accordo su molte questioni.

A costoro rispondo che questa sarebbe una qualità positiva e non negativa, perché se un gruppo eterogeneo d'individui non riesce a raggiungere un accordo, significa che, ad esempio, le proposte avanzate non tutelano l'interesse generale ma quello particolare, oppure che gli argomenti mossi a supporto di quell'istanza non sono risultati convincenti per la maggioranza dei membri del parlamento, i quali hanno scelto come votare ciascuno per sé in seguito ad una reale riflessione.

Il più grande pericolo per la comunità si ha quando un gruppo d'individui con le medesime idee assume l'effettivo potere di legiferare a suo piacimento in modo rapido e spedito, forte di un'ampia maggioranza, non quando vi è un vero e serrato confronto dialettico.

Voltaire sosteneva che «quando una verità è chiara, è impossibile che sorgano partiti e fazioni: mai s'è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte». E fin quando le cose non son chiare, invece di agire, è bene che si discuta in modo più accurato e approfondito.

Vi è però un'ulteriore questione che dev'essere sottolineata in relazione a questo genere di modelli rappresentativi: l'intrinseca pericolosità legata alla cessione di potere ad un gruppo minoritario d'individui. 

Infatti, non c'è alcuna garanzia che anche i membri di un siffatto parlamento non vengano corrotti da gruppi di potere e magari comincino a legiferare contro l'interesse generale. 

Tanto più che quel genere di governo parlamentare, per come è stato concepito, non avrebbe neanche un programma elettorale, ma deciderebbe in autonomia cosa fare soltanto dopo la sua elezione, sulla base delle istanze mosse da ciascuno dei suoi membri.

Se si vuole comunque mantenere un assetto governativo basato sulla delega, limitando però i pericoli ad esso associati, si dovrà dotare il popolo di un qualche genere di meccanismo di controllo rispetto alle intenzioni e/o all'operato del governo in carica. 

In alternativa, si dovrà pensare ad un'altra forma di organizzazione, che faccia a meno d'un governo di tipo rappresentativo e conceda direttamente ai cittadini la possibilità di governare.

Nel prosieguo della trattazione, percorreremo entrambe le vie.

Oggi si ritiene che il popolo non sia in grado di autogovernarsi e che pertanto si debba incaricare un gruppo minoritario d'individui per farlo al posto suo.

Ma la Storia dell'umanità dimostra in modo inequivocabile che ogni qual volta è stato ceduto potere ad una minoranza, quest'ultima ha finito per utilizzarlo contro il popolo.

Per limitare questo pericolo, nei regimi democratici i membri del parlamento vengono eletti sulla base di programmi politici preannunciati nel periodo della campagna elettorale. Inoltre, l'incarico governativo ha una durata limitata (tipicamente 4-5 anni). Una volta terminato il mandato, si procede con delle nuove elezioni.

La credenza generale è che l'alternanza delle forze di governo, unitamente alla possibilità del popolo di “punire” i malgoverni togliendo loro il consenso alle votazioni successive, scongiuri le derive autoritarie, consenta al popolo di scegliere (quelli che gli sembrano) i “migliori” programmi politici e, nel complesso, assicuri un buon governo che operi nell'interesse generale. 

In realtà, qualunque sia il criterio di scelta dei parlamentari, non vi è alcuna garanzia né che il governo realizzi il proprio programma elettorale esattamente così com'era stato illustrato, né che non aggiunga in corso d'opera dei provvedimenti che non erano stati preannunciati, ed ancor meno che tali provvedimenti non contrastino con l'ideologia dell'elettorato di quel partito o, ancor peggio, con l'interesse generale, tant'è che nella realtà fattuale ciò si verifica immancabilmente ad ogni legislatura. 

Supponiamo ora che un governo abbia un numero di seggi sufficientemente elevato da assicurargli una solida maggioranza, in modo da scongiurare eventuali crisi di governo. 

Siccome l'incarico dura 5 anni e i cittadini, al netto di una rivolta popolare, non hanno alcuno strumento per destituire il governo prima del termine del suo mandato, ciò significa che in quel lasso di tempo coloro che hanno ricevuto la legittimazione del popolo sono liberi di legiferare a loro discrezione. 

In quei 5 anni, i reggenti potrebbero perfino ignorare totalmente le promesse elettorali, ma il governo non cadrebbe lo stesso.

Questo significa che non appena il governo inizia ad operare, la democrazia, di fatto, è sospesa, ed in quel lasso di tempo i membri del parlamento, forti della loro maggioranza, agiscono al pari di un dittatore.

Pertanto, i cittadini subiscono gli effetti delle scelte prese dall'altro, perché, in generale, nei sistemi “democratici”, il popolo non può impedire che un provvedimento venga approvato.

Ciò che si può fare dal basso, agendo entro i limiti concessi dalla legalità, è di tentare di abrogare una legge esistente, o un atto avente forza di legge, mediante un apposito referendum.

Ma le modalità del meccanismo referendario e le stringenti limitazioni a cui esso è sottoposto rendono questo strumento poco efficace.

In Italia, infatti, il referendum abrogativo dev'essere: richiesto raccogliendo un gran numero di firme (500.000), dichiarato conforme dalla Cassazione, giudicato ammissibile dalla Corte Costituzionale ed infine necessita del raggiungimento del quorum fissato al 50%+1 degli aventi diritto.

Come chiunque può comprendere, ciò limita grandemente le potenzialità di un simile meccanismo tanto da renderlo del tutto insufficiente dal punto di vista dell'esercizio del controllo dell'operato del governo da parte del popolo. Ammesso che i governi rispettino gli esiti dei referendum...

In effetti, negli ultimi tempi, le dinamiche legate ai referendum hanno raggiunto livelli di tragicomicità inimmaginabili, dato che si sono verificate diverse situazioni in cui il popolo è stato consultato ma poi i governi hanno totalmente ignorato l'esito delle votazioni in tutta tranquillità.

Come a dire che nelle odierne “democrazie” il voto del popolo conta a patto che la volontà popolare coincida con quella del potere. In caso contrario, si procede ugualmente nella direzione voluta dalle élites.

Non è affatto difficile individuare provvedimenti emanati da tutti i governi di tutti i tempi e di ogni nazione che sono stati imposti alle masse nonostante fossero in contrasto con l'interesse generale o addirittura violassero i principi costituzionali o i diritti umani fondamentali. E rispetto a queste scelte, il popolo non ha potuto far altro che subire quanto era stato deciso dall'alto. 

Certo, vi è sempre la possibilità di organizzare un grande sciopero e di cercare di rovesciare il governo. Ma guarda caso, ogni manifestazione che non si limiti a mettere in scena soltanto una innocua passeggiata per i centri di qualche città, viene prontamente repressa con la forza (che strano!)

Figuriamoci che cosa potrebbe accadere se si provasse seriamente a scacciare un governo: come minimo interverrebbe l'esercito, mostrando così ancora una volta, anche a chi è vittima del più totale sonno della mente, la vera natura delle odierne “democrazie”. 

E poi non dimentichiamoci della vana speranza di organizzare un partito per tentare di conquistare il potere e cambiare le cose, ammesso che il vero potere non s'intrometta nel cammino, il tutto nell'arco di 10, 15 o 30 anni, ovvero quando i danni dovuti alle decisioni che si stavano contestando saranno stati subiti non solo dalla generazione dei contestatori ma pure da quella dei loro figli!

Poc'anzi, però, abbiamo sostenuto che, in linea di principio, il popolo sceglie i propri parlamenti/governi sulla base di promesse esplicite; ma poi abbiamo anche chiarito che, in realtà, non vi è nessuna garanzia che i propositi saranno rispettati.

Ora invece assumiamo per un istante, che i parlamentati siano così onesti da portare a compimento esattamente ciò che hanno annunciato in campagna elettorale, senza introdurre nulla in più rispetto a quanto promesso. 

A questo punto bisogna porsi un quesito fondamentale: il popolo è davvero in grado di prevedere in anticipo gli effetti delle riforme proposte dai vari partiti?

Diciamo subito che, in generale, la risposta è no. 

Infatti, per valutare correttamente ed in modo autonomo le conseguenze che le scelte politiche inducono nell'ambito socio-economico, bisognerebbe essere dei sociologi esperti che vantano un'elevata cultura in ambito economico, filosofico, psicologico, scientifico... caratteristiche che non appartengono neanche ai cosiddetti "esperti", e quindi ancor meno alla massa.

Ma se il popolo non è in grado di valutare gli effetti delle proposte che gli vengono presentate dai vari partiti, su quali basi sceglie chi andrà a formare il governo?

Ne consegue, che i potenti possono ingannare le masse come e quando vogliono, concependo ad esempio una campagna propagandistica che fa leva sui sentimenti invece che sui fatti.

Il popolo, però, può assai più difficilmente essere ingannato sugli effetti reali delle manovre realizzate, perché in un modo o nell'altro li sperimenterà direttamente sulla propria pelle o su quella dei propri diretti conoscenti. 

Per questo motivo, dal punto di vista delle masse, il miglior sistema di controllo non risiede tanto nell'elezione dei propri governanti sulla base della valutazione di programmi elettorali, ma in un meccanismo che consenta di far cadere il governo insediato non appena a causa del suo operato le condizioni di vita del popolo peggiorassero. 

E guarda caso, nelle odierne "democrazie", un simile sistema di controllo non c'è (chissà perché!).

Per quale motivo un governo dovrebbe rimanere in carica 5 anni? In 5 anni di mala gestione si può condurre un paese alla completa rovina. Perché fissare un così ampio lasso di tempo standardizzato?

Se un governo cura veramente gli interessi del popolo, è bene che resti in carica il più a lungo possibile; se invece approva dei provvedimenti che peggiorano le condizioni di vita delle persone, deve restare in carica il meno possibile.

Pertanto, si può anche pensare di concedere il potere ad un gruppo di uomini che promette di compiere un programma e di risolvere i problemi della società, illudendosi che sia effettivamente così che andranno le cose, ma al tempo stesso il popolo dovrebbe mantenere l'effettivo potere di cacciare via dal governo quel gruppo di uomini, non dopo 5 anni, ma al primo passo falso commesso dai governanti.

Una riforma peggiora le condizioni di vita del popolo? E allora il popolo dovrebbe poter destituire immediatamente il governo ed indire nuove elezioni, impedendo a chi ha già mal governato di ripresentarsi, perché una loro eventuale rielezione rappresenterebbe un pericolo per la società.

Così facendo il principio diverrebbe “agisci in nome della collettività, fin quando il tuo agire collima con il benessere del popolo” e non più “agisci come vuoi per 5 anni”. 

Questo potrebbe essere un buon metodo per implementare una democrazia rappresentativa, perché grazie a questo meccanismo il popolo avrebbe l'effettiva possibilità di controllare l'operato dei suoi rappresentanti.

Si potrebbe essere giustamente tentati di dotare il popolo anche di un meccanismo per bloccare in tempo reale i provvedimenti emanati dal governo che appaiono indesiderati. 

Ma per quanto appena sostenuto, il popolo in molti casi non sarebbe in grado di elaborare autonomamente una propria analisi, se non altro per mancanza di capacità e conoscenze. 

Si ripresenterebbe così il medesimo problema di valutazione legato all'elezione d'un governo sulla base di programmi politici preannunciati. 

Ciò non toglie che un tale strumento potrebbe essere previsto per i casi in cui gli effetti delle misure sono chiare e oggettive sin dal principio. 

Chiaramente, se vi fosse un'informazione imparziale e dedita alla verità, si potrebbe facilmente uscire da questo genere d'impasse. 

Ma nella realtà fattuale, un simile sistema d'informazione non solo non esiste, ma al contrario è disgraziatamente finalizzato a condizionare il pensiero delle folle rispondendo alle esigenze dei gruppi di potere, comportandosi all'esatto opposto rispetto a quanto l'umanità avrebbe bisogno in questa fase storica.

Invece, per quanto la propaganda possa essere incalzante, la menzogna possa essere spacciata per verità e le statistiche possano essere alterate, le reali condizioni sperimentate direttamente dai cittadini non possono essere offuscate. 

Ciò rafforza la tesi del meccanismo di controllo del governo da parte del popolo sulla base degli effetti delle riforme, più che sulle previsioni delle conseguenze, qualora queste ultime non fossero ben chiare.

Del resto, affermare che il popolo sia in grado di valutare gli effetti delle proposte politiche in anticipo, equivarrebbe a sostenere l'inutilità del governo: se si ritiene che il popolo sia in grado di decidere autonomamente ed in modo valido cosa fare, non vi sarebbe alcuna necessità di incaricare un governo per decidere al posto del popolo. 

A quel punto sarebbe del tutto ragionevole far prendere parte direttamente il popolo ai processi politici, istituendo così una democrazia diretta.

Visti gli odierni strumenti tecnologici, grazie ai quali è certamente possibile far esprimere voti ed avanzare proposte a tutti i cittadini in modo rapido e sicuro, la questione fondamentale relativa alla democrazia diretta non risiede nella sua impossibilità ad essere attuata, ma nella sua "gradazione" d'utilità sociale, ovvero nella sua eventuale capacita di compiere scelte politiche “superiori” rispetto a quelle ottenibili con un sistema rappresentativo. 

La questione potrebbe porsi in questi termini: al fine di concepire e scegliere le migliori proposte politiche nell'interesse della collettività, è preferibile l'operato di quella che potremmo chiamare una “coscienza collettiva”, oppure è auspicabile affidarsi alle decisioni di un ristretto gruppo d'individui appositamente eletti a tal fine?

Infatti, è proprio la supposta “inferiorità” delle decisioni del popolo rispetto a quelle prese da una selezione d'individui, scelti secondo un qualche genere di criterio, a giustificare l'esistenza di un governo eletto su base rappresentativa: se tale assunto cade, cade con esso anche l'utilità di un siffatto governo.

In ogni caso, come abbiamo avuto modo di capire, la legittimazione del potere a gruppi minoritari resterebbe alquanto problematica, tanto da dover inserire degli stringenti meccanismi di controllo sull'operato del governo al fine di mantenere in essere un sistema realmente democratico.

Se si vuole evitare di cedere il potere si dovrà guardare ad altre forme di democrazia rispetto a quella rappresentativa. Del resto, il termine “democrazia” deriva dal greco antico démos ("popolo") + krátos ("potere") che etimologicamente significa “governo del popolo”. 

Ora, qualunque sia il governo eletto e per quanti sistemi di controllo si possano inserire, è del tutto evidente che in una democrazia rappresentativa governino tutti, fuorché il popolo.

Pertanto, se si ha a cuore la causa della vera democrazia, si dovrà trovare una nuova organizzazione che consenta a tutti i cittadini di partecipare effettivamente all'attività politica, ovvero che renda possibile una qualche forma di autogoverno dei popoli. 

Alcuni storceranno il naso leggendo una proposta basata sull'abolizione del governo così come lo conosciamo oggi finalizzata all'attuazione di una nuova organizzazione in cui non vi sia più un ristretto gruppo d'individui incaricati di stabilire le sorti di una nazione.

I detrattori dell'abolizione del governo ritengono che, siccome gli esseri umani non sono in grado di autogovernarsi, vi sia il bisogno di scegliere un gruppo d'individui che diriga la società al posto loro.

Ma siccome governare un'intera nazione richiede di prendere decisioni che riguardano non solo un singolo individuo, o una piccola comunità, ma tutti gli esseri viventi che formano la società, ne consegue che governare gli altri è assai più complesso di governare se stessi, o la propria comunità. 

Pertanto, se si ammette che gli individui non sono in grado di autogovernarsi, allora si sostiene che ancor meno saranno in grado di governare gli altri. E se invece gli esseri umani sono in grado di autogovernarsi, che bisogno c'è di eleggere un governo che lo faccia al posto loro?

Ma per completare la precedente argomentazione, senza incorrere in una falsa dicotomia, c'è un'ultima possibilità da analizzare, che risulta intermedia rispetto alle precedenti: quella nella quale alcuni uomini sono in grado di autogovernarsi ed altri invece no. 

Da qui, muovono i loro passi i sostenitori del governo, assumendo tacitamente che vi siano anche degli uomini più caparbi nel prendere decisioni al posto degli altri. Ma la cessione di potere a gruppi minoritari è pericolosa e dannosa. 

Infatti, se guardiamo alla realtà sociale di cui abbiamo avuto fin qui esperienza, scopriamo che l'idea di riunire le migliori energie da porre alla guida d'un paese è stata puntualmente smentita: se i membri dei nostri governi sono davvero quanto di meglio ha da offrirci la società, allora l'umanità ha di che preoccuparsi!

In realtà, fin quando il governo sarà uno strumento del potere al servizio del potere, anche la maggior parte dei suoi esponenti sarà espressione del potere. 

E se lo scopo è tutelare tramite il governo gli interessi di uomini avidi, privi di scrupoli e d'empatia, il cui fine è ottenere ricchezza e potere mediante l'esercizio del controllo sociale, è evidente che i politici ad essi asserviti non potranno brillare in intelligenza e sensibilità, ma al contrario saranno pressoché privi di reali capacità cognitive e di virtù etico-morali. 

Va inoltre detto che, contrariamente a quanto si crede, le posizioni di potere attraggono di per sé i peggiori soggetti della società: non è un caso se gli psicopatici possono essere maggiormente ritrovati proprio ai più alti livelli della politica, della finanza e dell’industria. 

Anche per questo, ciò che noi vediamo affermarsi alle “vette” della società è ben lungi dal rappresentare l'eccellenza dal punto di vista delle qualità umane e invece è piuttosto vicino alla peggior feccia prodotta dalla società. 

E neanche la politica ammette eccezione alla regola: è così che in parlamento, nella migliore delle ipotesi, ritroviamo utili idioti che, dopo aver risolto i propri problemi assicurandosi un lauto stipendio ed una pensione d'oro, con la loro azione politica serviranno gli interessi delle élites senza neanche esserne consapevoli, mentre, nella peggiore delle ipotesi, avremo dei malati mentali, senza coscienza e privi d'empatia, come si addice a dei veri servi del potere, disposti a mentire, truffare, ingannare e commettere le peggiori nefandezze.

Ma anche nella più rosea della situazioni, immaginando per assurdo che l'influsso del potere non interferisca nelle dinamiche sociali distorcendole negativamente, i governi eletti nelle democrazie rappresentative sarebbero pur sempre composti da esseri umani e pertanto sarebbero lo specchio del popolo, nel senso che ne rifletterebbero il generale livello di coscienza raggiunto.

Pertanto, già s'intuisce che la vera soluzione per i problemi della società non risiede nell'imporre il “miglior” governo ai cittadini, ma nell'elevare il generale livello di coscienza, affinché i popoli siano in grado di autogovernarsi, senza la necessità di alcun governo, o ancor meglio di autodeterminarsi in vista del bene, senza la necessità d'imporre alcuna legge.

Ciò che intendo sostenere, è che nel mentre che l'umanità percorre il cammino evolutivo che la condurrà all'unione dell'ordine e dell'anarchia (intesa nel senso più nobile del termine), la miglior forma di organizzazione sociale da impiegare per garantire che vi sia democrazia e prosperità, non è da ricercare nella concentrazione del potere, ma nella sua più fine frammentazione.

Bisogna trovare il modo di minimizzare i danni dovuti all'incoscienza e massimizzare i benefici legati ai processi decisionali che riguardano la società.

A mio avviso, simili obiettivi possono essere ottenuti in un'organizzazione dove tutti gli individui prendono parte attivamente alla vita politica, contribuendo ciascuno in base alle proprie capacità. 

Oltre a ciò, è di fondamentale importanza che le decisioni che riguardano le comunità locali siano prese dai membri delle comunità locali e interessino soltanto le comunità locali. 

Analogamente, ciò che riguarda gruppi sociali e territori più ampi, dovrebbe essere stabilito di comune accordo da quei gruppi e dai membri di quei territori direttamente interessati. 

A tal fine, si dovrebbe costituire una società basa su delle comunità di piccole dimensioni che abbiano piena autonomia per quanto le riguarda direttamente e che si coordinino e cooperino tra loro a seconda delle esigenze, ogni qual volta che i loro membri lo ritengano utile e necessario per perseguire dei fini comuni di utilità sociale. 

Le ridotte dimensioni delle comunità consentirebbero effettivamente a tutti i membri delle comunità di partecipare attivamente e con maggiore cognizione alle decisioni che li riguardano. Oltre a ciò, si avrebbe un'elevata frammentazione del potere, entro i limiti dell'utilità e delle concrete possibilità.

Siccome le decisioni che vengono prese dall'alto assai di rado rispecchiano le reali esigenze delle popolazioni locali, è del tutto ragionevole assumere che ciò che può essere deciso in modo locale debba essere deciso localmente.

Del resto, per quale motivo le scelte le cui conseguenze dovranno essere subite dai membri di una comunità dovrebbero essere prese dall'alto? 

Che ne sa un burocrate che vive in un palazzo a migliaia di chilometri di distanza quali siano le reali esigenze di un piccolo comune di montagna? 

Anche se costui volesse agire in buona fede, sbaglierebbe senz'altro di misura come indirizzare i fondi e le risorse disponibili.

Sono gli stessi abitanti delle comunità che sanno meglio di chiunque altro ciò di cui hanno bisogno per migliorare la propria esistenza.

Se poi costoro commettessero degli errori di valutazione, “pagherebbero” personalmente le conseguenze negative dovute alle loro scelte, senza imporre agli altri la propria sorte.

Prendere le decisioni dall'alto per tutti, non serve ad assegnare le risorse nel miglior modo possibile, serve invece ad assicurarsi il dominio sulla collettività, al fine di controllare il popolo e favorire gli interessi elitari. 

L'esperienza ci mostra che più il potere si concentra e si allontana dal popolo, più diventa pericoloso e meno rappresenta l'interesse generale, perché sfugge dal controllo dei cittadini.

È già difficile vigilare sull'operato della giunta comunale d'un piccolo comune, figuriamoci quali libertà possono prendersi i membri d'un governo nazionale, o ancora peggio sovranazionale. 

È però innegabile che qualora il sindaco d'un piccolo comune si comportasse in modo da danneggiare i suoi compaesani, costoro saprebbero per certo con chi andare a “parlare” e potrebbero organizzarsi per adottare delle contromisure assai efficaci nei suoi confronti a causa del suo operato.

Tali misure di controllo diretto esercitate dal popolo diventano sempre più difficili e complesse da attuare man mano che i governanti si arroccano nei palazzi allontanandosi dalle comunità e le responsabilità dell'azione politica passano dalla volontà di individui fisici al presunto volere di enti metafisici, quali ad esempio il mercato.

Anche per questo è importante che chi si occupa di politica debba stare a diretto contatto con le comunità sulle quali va ad intervenire con le sue decisioni e che la responsabilità delle scelte sia legata alla volontà di individui fisici. 

Questa breve digressione, ci aiuta a riflettere sul fatto che neanche i rappresentanti di un piccolo comune sono immuni dalle dinamiche del potere precedentemente illustrate, sebbene siano sottoposti ad un controllo più diretto e stringente rispetto ai governi nazionali.

Ne consegue, che per scongiurare che le problematiche dovute alle cessione del potere si ripresentino, seppur in minor misura, anche su piccola scala, è bene che anche le comunità non eleggano affatto una sorta di piccolo parlamento di rappresentanti, ma che diano modo a tutti i cittadini che intendono prenderne parte di partecipare direttamente all'attività politica.

Per questo scopo, si possono prevedere dei consigli dei cittadini, i quali tramite il confronto dialettico e la riflessione potranno organizzarsi come meglio credono per gestire le questioni che riguardano la propria comunità. Ecco perché è importante che le comunità siano di piccole dimensioni.

Ma ciò non è sufficiente, perché per far sì che si abbia una buona democrazia si deve anche creare un sistema socio-economico che conceda agli individui i giusti spazi, soprattutto in termini di tempo libero, ed i giusti mezzi, conosciti ed informativi, per potersi dedicare all'attività politica, intesa nel senso più ampio ed elevato del termine, e a tutto quanto le concerne.

Un mondo dove la maggior parte degli individui deve per forza di cose dedicare la quasi totalità del proprio tempo al lavoro, è del tutto incompatibile con una reale forma di democrazia, che sia essa diretta o rappresentativa non fa differenza, perché l'assenza di tempo libero è un ostacolo alla partecipazione, mentre si rivela completamente funzionale all'implementazione di un potente sistema di controllo sociale.

Così, invece di maturare una propria idea sulla base di un opportuno processo di riflessione, i cittadini si affideranno fideisticamente all'opinione altrui, rischiando di cadere negli inganni della propaganda e di maturare in modo affrettato delle posizioni dannose e superficiali.

Affinché vi sia una vera democrazia, è necessario che vi sia ampia libertà, anche dalla costrizione al lavoro, così che ciascuno possa interessarsi e partecipare proficuamente all'attività politica, non prima di aver maturato quelle virtù e quelle conoscenze senza le quali il suo operato andrebbe in contrasto con l'interesse della comunità.

Non tutto però può essere gestito dalle comunità locali indipendentemente le une dalle altre. 

Infatti, vi sono numerose situazioni in cui al fine di perseguire l'interesse generale è richiesta la coordinazione dei membri di distretti territoriali via via più ampi, fino a raggiungere tutti i cittadini del mondo. 

Siccome oggi la tecnologia lo consente, anche per queste esigenze si può tener fede ai principi della democrazia diretta, ad esempio, consentendo a tutti di partecipare al processo decisionale esprimendo proposte, suggerimenti ed il proprio voto.

Ciò non toglie che per agevolare la coordinazione con le altre comunità non possano anche essere previsti dei consigli di scopo, formati da un congruo numero di rappresentanti provenienti dalle comunità interessate.

Tali consigli potrebbero costituirsi in modo temporaneo a seconda delle esigenze e sulla base delle istanze da implementare. Il loro compito consisterebbe nell'occuparsi delle questioni che non possono essere affrontate agendo soltanto a livello locale.

Un ultima caratteristica che non dovrebbe mai mancare in un sistema che aspira ad essere realmente democratica, è la totale trasparenza. 

Discussioni, decisioni, contrattazioni e tutto quanto concerne la cosa pubblica, dovrebbe avvenire alla luce del Sole, mediante trasmissioni in diretta e registrazioni, così che tutti i cittadini del presente e del futuro possano essere messi al corrente e possano avere memoria di quanto sta accadendo e di ciò che è avvenuto nel passato.

Vorrei far notare al lettore che, nel suo complesso, una simile organizzazione non richiederebbe né Stati né governi, perché, così facendo, l'umanità tutta, suddivisa nelle varie comunità, provvederebbe ad autogovernarsi da sé, per mezzo di processi decisionali che muoverebbero esclusivamente dal basso.

Per quanto fin qui sostenuto, tutto ciò renderebbe possibile l'instaurarsi di una reale democrazia, diretta e partecipata, ma una simile organizzazione di per sé non sarebbe affatto sufficiente a scongiurare definitivamente guerre o abusi di potere. 

Ad esempio, una o più comunità potrebbero organizzarsi per attaccare le altre al fine di ottenere un maggior quantitativo di risorse o di sfruttare altri esseri umani a proprio vantaggio riducendoli in schiavitù.

È evidente che affinché un'umanità così organizzata concretizzi pace e prosperità è d'assoluta importanza che tra i popoli vi sia pace, cooperazione ed equa condivisione delle risorse disponibili. 

Le comunità, e i suoi membri, dovrebbero agire come se fossero le cellule di un unico organismo, la cui sinergia dà origine ad una società che assicura un'esistenza dignitosa e felice ad ogni essere vivente. 

Ma un simile traguardo non può essere raggiunto soltanto con il modo in cui i popoli hanno deciso di governarsi: che si tratti di governo, autogoverno o autodeterminazione, non fa alcuna differenza.

Se i singoli membri di una collettività sono privi di etica e non condividono dei valori sani, nessuna forma di organizzazione potrà risolvere i problemi dell'umanità. 

La realtà sociale, infatti, è espressione del complessivo livello di coscienza degli individui. E fin quando tale livello non sarà sufficientemente elevato, non ci sarà modo di assicurare all'intero genere umano pace, prosperità e felicità.

Prima di correre, bisogna imparare a camminare. E purtroppo l'umanità non ha mosso neanche un sol passo verso la consapevolezza.

Nel mentre che gli spiriti si elevino a dei livelli superiori e nell'attesa che avvenga il risveglio dell'umanità, bisogna cercare di non essere più complici dell'odierno sistema.

Sarei il primo a felicitarmi della falsità di quanto sono andato affermando in questo scritto, in merito alla dannosità dei governi e della falsa democrazia in cui viviamo, ma per confutare il mio pensiero, e convincermi della loro bontà, non basterà un po' di retorica: esigo una dimostrazione concreta basata sui fatti. 

Per questo motivo, ho deciso che ricomincerò a votare soltanto dopo che un qualsiasi governo, di qual si voglia colore politico, avrà proposto ed implementato i seguenti punti programmatici:

1) ritirare immediatamente l'esercito entro i confini nazionali, impiegando i militari per servizi di utilità sociale e vietando su tutto il territorio nazionale la produzione, la vendita e l'acquisto di armi.

2) ripristinare la sovranità monetaria, in modo tale che i meccanismi di creazione e gestione del denaro avvengano sotto il controllo democratico e non siano più in mano ad enti privati che non rispondono né della volontà né delle necessità del popolo.

3) redistribuire completamente la ricchezza esistente fino ad annullare ogni genere di differenza tra gli individui, eliminando per prima cosa la povertà a spese dei ricchi, espropriando denari e patrimoni a chi ha avidamente accumulato ricchezze in eccesso.

4) cambiare paradigma economico, passando da un sistema basato sul mercato ad un sistema svincolato dal profitto, che consenta di mettere in atto soltanto quelle attività economiche ecologicamente sostenibili ed effettivamente finalizzate alla realizzazione ed alla fornitura di beni e servizi utili al raggiungimento del benessere collettivo.

5) minimizzare il lavoro umano per rendere sempre più liberi gli individui di vivere la vita, pur assicurando a tutti l'accesso a beni e servizi di elevata qualità, puntando sull'efficienza, sull'utilizzo condiviso di beni e servizi e sull'automazione del lavoro mediante robot e software provvisti d'intelligenza artificiale, ove ragionevole e possibile. 

6) eliminare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, rendendo impossibile che alcun individuo tragga un profitto parassitario sfruttando il lavoro altrui.

7) rendere totalmente gratuiti, efficienti e di elevata qualità un insieme di servizi pubblici essenziali, quali ad esempio la fornitura di cibo, vestiario e abitazioni, l'istruzione, la sanità ed i trasporti, muovendo così i primi passi verso la realizzazione di una società senza denaro. 

8) attuare tutto quanto in nostro potere per ripristinare e assicurare l'integrità e la salubrità dell'ambiente, dell'aria, dell'acqua e del cibo, prescindendo dalle logiche di profitto del mercato.

9) favorire e finanziare tutto ciò che riguarda gli ambiti culturali, la crescita spirituale e la ricerca scientifica, al fine di elevare la conoscenza e la coscienza di tutti gli esseri umani e le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

A cosa serve, dunque, votare in una dittatura camuffata da democrazia? 

Non di certo a cambiare le cose in meglio: serve a legittimare quel sistema di potere autoritario che legalizza la guerra, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse comuni e degli esseri umani; serve ad assicurare la smisurata ricchezza dei pochi grazie alla grande miseria dei molti; serve ad eleggere i propri pastori alimentando l'illusione della propria libertà.

Chi vota è complice.

Mirco Mariucci

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