domenica 21 gennaio 2018

L'ennesima trovata dei capitalisti per schiavizzarci meglio: il dottorato di ricerca in azienda.


Difronte ad eclatanti bestialità, bisogna avere il coraggio di dire la verità, in modo chiaro, duro e diretto: svolgere il dottorato di ricerca in un'azienda è una totale idiozia.

Una simile concezione di quello che è il massimo grado di istruzione universitaria ottenibile in Italia, non può che derivare da individui con delle capacità cognitive talmente limitate da riuscire a concepire soltanto "soluzioni" che abbiano una qualche valenza per i detentori di capitale. 

Secondo questi servi del potere, per "migliorare" la formazione delle nuove generazioni bisognerebbe far lavorare gli studenti ancor prima del completamento del loro percorso di studi.

Ciò è altresì comprovato dalla recente (re)introduzione dello sfruttamento del lavoro minorile in una moderna versione edulcorata ai più nota come "alternanza scuola-lavoro", per mezzo della quale gli studenti si vedono costretti a sacrificare ore di studio per svolgere delle attività lavorative a titolo gratuito - ovviamente! - sottraendo lavoro retribuito a chi magari ne avrebbe bisogno.

E così, in un sol colpo, s'incrementa sia la piaga sociale dell'analfabetismo funzionale che quella della disoccupazione. 

La "grandiosa" lezione esistenziale che deriva da questa sorta di allenamento precoce e coatto allo sfruttamento, è che bisogna essere sempre ben disposti a svolgere qualsiasi mansione, addirittura senza neanche ricevere una retribuzione, ringraziando la società per la "strepitosa" opportunità di essere degli studenti sfruttati, invece che acculturati. 

Ma per i moderni pedagoghi dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, lo studio è ormai ritenuto funzionale al "corretto" processo di sviluppo psico-fisico di un individuo soltanto quando è direttamente subordinato e specificatamente finalizzato alle attività economiche, con particolare riferimento al mondo del lavoro salariato, vale a dire alla moderna forma legalizzata dell'antica schiavitù.

Di conseguenza, la missione dell'educazione si esaurisce nel disciplinare ed addestrare schiavi docili e ubbidienti, altamente istruiti ma non pensati, da impiegare alla bisogna nelle fabbriche e nelle aziende, in modo flessibile e senza alcun lamento.

Del resto, solo un ingenuo potrebbe pensare che le classi dominanti favoriscano quei processi che consentirebbero alle classi dominate di comprendere la vera realtà dell'ordine sociale.

E infatti, come se tutto ciò non bastasse, già si sta pensando “all'apprendistato scolastico” e alla riduzione della durata della scuola superiore di un anno, anticipando sempre più l'ingresso dei nuovi schiavi nel mondo del lavoro.

Io, all'opposto dell'ideologia dominante, rigetto con forza questa ridicola concezione economicistica della scuola, e ritengo che la vera missione del percorso scolastico debba consistere nel far fiorire dei veri esseri umani: liberi, creativi, critici, empatici, altruisti e collaborativi. 

La scuola non dovrebbe essere subordinata alle esigenze dell'economia, ma al raggiungimento della felicità di tutti i membri della società.   

Per questi motivi, ritengo che l'istruzione abbia delle missioni ben più importanti da compiere, piuttosto che il far lavorare gli studenti, come ad esempio il trasmettere dei valori sani atti a concretizzare un'esistenza pacifica, armoniosa e sinergica; il favorire la creatività, il pensiero critico e la conoscenza della logica-razionale; l'aiutare ogni singolo studente a ricercare, scoprire e sviluppare il proprio vero essere, con un percorso specifico che assecondi la vera natura di ciascuno, e non la volontà del capitale.

Ma gli odierni sacerdoti del dio mercato rifiutano una simile visione delle cose, e intimoriscono le nuove generazioni con lo spauracchio di un “futuro sempre più pressante”, dovuto all'imminente avvento dell'industria 4.0., quella caratterizzata da robot e intelligenza artificiale. 

L'intento è chiaramente propagandistico, e lo si evince immediatamente dallo stile e dai termini utilizzati dagli scribacchini del potere: “sono tornate paure e conflitti antichi”; “l’innovazione è un’onda insidiosa e inarrestabile”; bisogna “difenderci” dalla disoccupazione tecnologica; in un “mondo sempre più liquido” bisogna “imparare a nuotare”; la “formazione teorica non basta più”...

Ma quale divinità onnipotente ha stabilito che debba essere necessariamente così, dato che la società è chiaramente il frutto delle azioni, e quindi del pensiero e della volontà, dei membri che la compongono? Perché l'automazione dev'essere, per forza di cose, un pericolo e una minaccia?

Ma la propaganda incalza e, con un'argomentazione degna dei peggiori sofisti dell'Antica Grecia, si apprende che la sovra-educazione dei dottori di ricerca sia addirittura una sorta di “problema”, perché comporterebbe delle penalità salariali rispetto ai meno istruiti.

Ed ecco che il rimedio viene enunciato con fare trionfalistico: “è il momento di abbracciare finalmente un approccio alla formazione” basato su ricette magiche come il “learning by doing”. 

Una "soluzione" rigorosamente enunciata nella lingua del capitale e accuratamente accompagnata da uno slogan ammiccante: “perché imparare facendo è il futuro dell’industria 4.0.”.

Così la miglior soluzione ammissibile, invece di essere, ad esempio, quella di finanziare maggiormente l'università e la ricerca scientifica, così che i dottorandi possano continuare il loro percorso accademico, e di far pagare di più chi ha faticosamente raggiunto un più alto livello di conoscenza, consiste nel rendere più ignoranti i nuovi dottorandi, i quali dovrebbero passare dalla teoria alla pratica, ovvero dai libri e le lavagne dell'università, alle scrivanie e alle catene di montaggio di aziende e fabbriche.

Nel suo complesso, la brillante soluzione avanzata per affrontare gli odierni problemi del mondo del lavoro mediante una nuova (d)istruzione basata sulla diretta sperimentazione del lavoro, consiste nel rendere sotto-educati non solo i diplomati, ma anche quei pochi che hanno avuto le capacità ed il privilegio di accedere ad un dottorato di ricerca. Chapeau!

Ora, quale sia il nesso logico che leghi le automazioni alla (falsa) soluzione di rendere più ignoranti perfino i dottorandi, è un mistero della fede degno della più oscura delle religioni. 

Vi è però un chiaro intento: quello di giustificare agli occhi dell'opinione pubblica l'avvento dei dottorati di ricerca svolti in azienda. 

E per farlo, si ricorre ad argomentazioni chiaramente fallaci che fanno leva sul sentimento, invece che sulla ragione, cercando di spacciare una bestialità per una trovata geniale, in grado di combinare gli interessi di tutte le parti e risolvere brillantemente la situazione.

Ma la verità è ben più profonda: la verità è che lavorando all'interno delle aziende nel periodo del dottorato, i capitalisti avranno a disposizione forza lavoro altamente formata, in quanto già laureata, senza alcun costo diretto, che però produrrà un profitto privato; 

inoltre, sacrificando parte delle loro conoscenze teoriche, i nuovi dottorandi più specializzati saranno anche maggiormente ricattabili, perché chi si dedica ad uno specifico settore utile ad una certa azienda acquisisce competenze finalizzate ad una determinata mansione, mentre chi coltiva un'elevata, ampia e solida conoscenza teorica, avrà sempre la possibilità di spenderla come meglio crede in più modi e in più settori.

Consentitemi di aprire una piccola parentesi: è oltremodo chiaro che il problema non possa essere l'automazione in sé, ma la sua implementazione invece sì.

Ad esempio, se le aziende fossero pubbliche e grazie agli incrementi di produttività dovuti all'automazione tutta la collettività potesse effettivamente disporre degli stessi beni lavorando di meno, oppure, a parità di lavoro, riuscisse a produrre di più, quale sarebbe il "problema"? 

In senso più ampio, questo significa che per prima cosa bisognerebbe ripensare l'odierna organizzazione socio-economica, le cui dinamiche attuali garantiscono il vantaggio di una élite di soggetti privati causando nocumento alla collettività.

Nel suo complesso, l'introduzione delle attività lavorative già nel percorso di studi, consentirà alle aziende di risparmiare i costi legati alla formazione del personale, perché il sistema scolastico metterà a disposizione dei detentori di capitale degli schiavi cuciti su misura sulla base delle loro esigenze.

La miglior soluzione per risolvere i "problemi" derivanti dall'introduzione dell'automazione non è favorire la specializzazione rendendo gli studenti più ignoranti, è utilizzare gli incrementi di produttività derivanti dall'automazione a vantaggio di tutti.

Il tempo da dedicare ad uno studio disinteressato e svincolato dalle dinamiche economiche, concepito come fine in sé, volto alla complessiva crescita spirituale degli individui, non va diminuito: va aumentato. E dev'essere necessariamente associato ad un incremento della qualità dell'istruzione. 

Tutti gli individui che lo desiderino ed abbiano le capacità per farlo, dovrebbero avere l'effettiva possibilità di studiare fino al conseguimento di un dottorato, non come accade oggi, dove gli studenti laureati devono prender parte ad una scellerata lotta competitiva, se vogliono accaparrarsi una delle borse di studio messe a disposizione dalle università. 

Ben venga la specializzazione, a patto che questa sia legata ad una reale funzione di utilità sociale, ma è di fondamentale importanza che la specializzazione consista in un perfezionamento addizionale che abbia luogo soltanto in una fase successiva al completamento di un percorso di studi solido e ampio, volto alla formazioni di veri esseri umani, e non di schiavi plasmati sulla base delle pretese del mercato.

E fin quando l'umanità non riuscirà a superare la ridicola organizzazione capitalistica, che siano gli sfruttatori a sostenere i costi della formazione dei lavoratori di cui lamentano il bisogno, senza accollare i relativi oneri alla collettività. 

Come? Riducendo i loro lauti profitti.

Mirco Mariucci

Fonti:

La "geniale" idea del dottorato in azienda:
L'alternanza scuola-sfruttamento:
E siccome l'alternanza scuola lavoro non basta:

2 commenti:

  1. Pienamente d'accordo Mirco! Post ben scritto... da far leggere ai nostri politici e fautori di leggi che dicono servano a far diventare i nostri giovani competitivi e capaci nel mondo del lavoro! (Sigh)!

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  2. D'accordo per alcune cose e in disaccordo per altre. Le invidio sinceramente e profondamente,se non altro, il Tempo per riflettere e scrivere. Claudia

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