domenica 20 dicembre 2015

Essere o avere? Il valore delle cose e degli esseri umani.


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

Camminando per una via affollata, ci si può facilmente accorgere di un fatto curioso:

molte persone indossano capi d'abbigliamento sostanzialmente identici.

Ripetendo l'esperimento a distanza di qualche mese, ancora una volta molti dei passanti vestiranno in modo del tutto simile.

Anche l'anno successivo avverrà la stessa identica cosa, sebbene gli indumenti non saranno più quelli dell'anno precedente, bensì dei modelli differenti.

Eppure è chiaro che la funzione di un paio di scarpe sia esattamente la stessa a distanza di un anno.

Nonostante questa evidenza lapalissiana, molti evitano d'indossare un capo d'abbigliamento comunemente utilizzato l'anno precedente e sono propensi ad acquistare dei nuovi modelli, per quanto i vecchi in loro possesso siano ancora in piena efficienza.

Di questi individui si dice che seguono la moda.

Nell'attuale società alcuni considerano il vestire alla moda un valore. Il "saper vestire" aiuta a inserirsi nella società, tant'è che, statisticamente parlando, un buon vestito aumenta la probabilità di assunzione durante un colloquio di lavoro.

In modo duale, una persona che "non sa vestire", o che non segue la moda, tende a essere derisa, emarginata e, in un certo senso, considerata "inferiore" rispetto agli altri, come se il vero valore di un essere umano dipendesse da ciò che indossa.

Un paio di scarpe va di moda perché chi le realizza fa sì che nei negozi, in un determinato periodo, quel modello sia preponderante, non prima di aver pagato qualche celebrità per indossarle durante un evento mondano, o in un film, giusto per il tempo di essere ripresi e fotografati.

Non è una questione di estetica, e men che meno di bellezza.

Chi veste alla moda, in realtà, non sta esprimendo né il suo gusto né la propria personalità, ma sta acquistando un'identità preconfezionata adattandosi a essa.

In questo modo costoro dimostrano di avere una mente debole, facilmente influenzabile per mezzo della pubblicità e di altri processi di condizionamento sociale.

Chi veste alla moda lo fa perché non vuole sentirsi inferiore rispetto ai propri simili che a loro volta stanno già seguendo gli standard stilistici diffusi dal sistema, innescando una sorta di ridicola competizione.

Per comprendere fino a che punto chi segue la moda è manovrato dal sistema, basta osservare con quanta leggerezza e facilità cambi gusti e opinioni.

Lo stesso tipo di scarpette, basse e nere, comunemente utilizzate dalle donne anziane per andare a messa, che fino a qualche tempo fa venivano considerate orribili e ripugnanti da quasi tutte le ragazze, improvvisamente sono diventate un oggetto irresistibile e affascinante da sfoggiare perfino il sabato sera per frequentare i locali alla moda, ovviamente!

Si pensi per un istante ai prodotti "di marca".

La medesima polo di cotone che ha un valore di mercato di circa 10 €, improvvisamente quota un prezzo di 70 € quando presenta una certa stampigliatura.

Ma è del tutto evidente che, a parità di qualità del tessuto, un minuscolo ricamo non può incrementare l'utilità dell'indumento di per sé, in quanto bene studiato per coprire il corpo, ma trova la sua vera finalità nel generare maggior profitto per produttore e venditore.

Un individuo che veste capi di marca non paga un prezzo maggiore per un prodotto migliore, ma per acquistare uno stato sociale;

egli vuole dimostrare d'appartenere a una categoria superiore rispetto alla futile e deprecabile scala dei falsi valori indotti dall'attuale società.

Il meccanismo è basato sulla distorsione dei reali bisogni degli esseri umani sperimentati nell'odierno sistema socio-culturale, che induce a pensare che vestire di marca, o acquistare nuove scarpe a ogni stagione solo per stare al passo con la tendenza e nonostante le vecchie siano ancora perfettamente funzionali, sia una cosa giusta, bella e lodevole, che fa guadagnare stima, incrementando il presunto valore di una persona.

Il sistema induce a pensare che avere di più sia meglio e che vestire di marca sia altresì fondamentale, perché chi può spendere di più dimostra di essere più in alto nella stratificazione sociale.

La moda è una folle corsa al consumo creata artificialmente, le cui vele sono sospinte dall'ostentazione, dall'invidia,  dall'insoddisfazione e dal senso d'inferiorità.

L'inganno consiste nell'indurre le persone a credere che avere di più le renderà migliori;

l'errore di pensare di essere perché si ha.

Una volta che le necessità di base sono soddisfatte si comincia a entrare nella sfera del superfluo che è regolata da meccanismi d'induzione del bisogno che fanno leva su stati d'animo e sentimenti negativi.

Si crea un modello da imitare e si dà in pasto alla massa. Ma ogni volta che lo standard viene raggiunto cambia: il livello viene spostato un po' più in là.

Il senso d'inferiorità e l'insoddisfazione ritornano, e così si deve spendere di nuovo per adeguarsi ai nuovi parametri fissati dal sistema.

Se un individuo per questioni economiche non può partecipare alla stupidità di questi meccanismi rischia l'emarginazione.

Tutto ciò è chiaramente utile per incrementare i profitti, ma non la nostra umanità e tanto meno la nostra felicità.

Un individuo che per essere felice crede di aver bisogno di una borsetta firmata, di un'auto costosa o d'indossare un nuovo paio di scarpe in ogni stagione, è assai probabile che stia cercando di super-compensare la miseria della propria condizione esistenziale.

In questo modo egli dimostra di aver bisogno di attirare l'attenzione su di sé mediante degli oggetti, perché nel suo intimo teme che senza di essi non esisterebbe per gli altri.

Se così stanno le cose, egli non esiste comunque, perché il suo essere si riduce solo all'apparire;

quel ch'è peggio è che in questo modo non riuscirà neanche a raggiungere la felicità, perché il denaro può comprare tutto, tranne ciò che rende realmente felice un essere umano.

Il «cogito ergo sum» di Cartesio è stato trasformato dal capitalismo in «possiedo quindi sono»; ma quando un individuo viene spogliato dei suoi averi che cosa resta del suo essere?

Il valore di un individuo, ciò che esso è realmente, non muta in funzione del vestiario, perché l'essere non coincidere con l'apparire;

tanto meno può mutare in relazione al quantitativo di oggetti di cui si dispone, semmai in funzione della capacità di sapersi donare, senza pretendere nulla in cambio.

L'avere è sintomo di egoismo e di avidità, mentre il saper dare riflette l'altruismo e la generosità.

Un individuo dovrebbe essere apprezzato per le sue reali capacità e per ciò che fa, non per l'aspetto o per quello che può permettersi d'indossare, né per i beni che possiede o che potenzialmente potrebbe acquistare.

Spendere tempo e denaro per comperare oggetti superflui e in modo superficiale, rappresenta l'ennesima falsa necessità sociale indotta dal sistema capitalistico.

Se poi, per avere tanto o vestire di marca, si deve lavorare tutto il giorno, tanto da non avere neanche più il tempo per vivere, a che cosa serviranno quegli oggetti?

Il consumismo, il seguire la moda o il vestire di marca, non sono vere esigenze dell'umanità ma il riflesso delle necessità di chi intende realizzare profitto.

Bisognerebbe sempre ricordare che quando si acquista un bene non si sta pagando con dei soldi, ma con il tempo della vita che è stato speso per guadagnare quel denaro, un tempo dal valore inestimabile, che nessuno ci restituirà;

e che per guadagnare denaro si deve lavorare, che per la massa significa ridursi in schiavitù mediante la moderna forma del lavoro salariato.

Anche da questo fatto si può comprendere l'importanza di avere il giusto, il necessario, perché è stupido sprecare la vita per essere degli schiavi.

Il consumismo non crea dei danni solo ai singoli individui, ma anche all'intera collettività.

La realizzazione di ogni bene materiale richiede un certo quantitativo di materie prime sottratte alla Terra e utilizzate per qualche finalità;

quella finalità può scaturire da una sana e legittima necessità, o dall'induzione di un bisogno dannoso ed evitabile.

In alcuni casi la linea di demarcazione è sottile, in altri invece è del tutto chiara ed evidente.

Chi consuma irresponsabilmente, più del necessario, contribuisce a incrementare l'inquinamento ambientale e il consumo delle risorse non rinnovabili;

inoltre, condanna altri esseri umani a lavorare maggiormente per produrre oggetti la cui mancata realizzazione non avrebbe diminuito il benessere collettivo ma, al contrario, l'avrebbe incrementato.

È necessario iniziare a comprendere il reale valore degli oggetti, oltre a quello degli esseri umani.

Dobbiamo comprendere che ciò che utilizziamo è stato prodotto sacrificando il tempo esistenziale di altri individui, un tempo dal valore inestimabile, che quelle persone avrebbero potuto impiegare per vivere la vita in libertà, se non fossero state costrette a lavorare per soddisfare le ridicole esigenze di iper-consumo indotte da una società malata di profitto.

Quando effettuiamo una scelta di consumo bisogna sempre ricordare che a ogni oggetto corrisponde un sacrificio esistenziale e anche un costo ambientale.

Perdere di vista queste correlazioni fondamentali significa smarrire  la concezione del vero valore di un qualsiasi oggetto, distorcendo l'approccio al consumo.

Quando l'attenzione e le energie si concentrano sui meccanismi dell'avere, si rischia di perdere di vista le cose più importanti della vita,

quelle che possono realmente elevare l'esistenza di ogni essere umano, come i sentimenti, le relazioni sociali sincere e disinteressate, l'aiutare gli altri, l'esercizio del libero pensiero, la sete di sapere, la creatività...

Condannarsi a lavorare 8-10 ore al giorno per poter acquistare dei beni da sfoggiare per suscitare l'ammirazione degli altri è quanto di più riduttivo si possa fare con le proprie capacità.

Il segreto per vivere con gioia e pienezza l'esistenza è di ricercare, coltivare ed esprimere liberamente il proprio essere, inseguendo sogni e passioni autentiche e sincere, e non di certo quello che ci viene suggerito o imposto dal sistema.

Non si tratta di avere, ma di saper dare in modo incondizionato, né di apparire, ma di essere, esprimendo la propria unicità.

Ma è soltanto raggiungendo la piena consapevolezza del reale valore delle cose e degli esseri umani, che l'umanità potrà finalmente  riuscire ad abbandonare il mondo dell'avere, per entrare in quello dell'essere.

Mirco Mariucci

Se le idee contenute in questo saggio ti sono piaciute, puoi acquistare o scaricare gratuitamente la raccolta completa delle riflessioni di Mirco Mariucci al seguente indirizzo.

2 commenti:

  1. Congratulazioni un bel discorso sull'avere e essere, no avere per essere, ma essere per essere, e nessun avere può dare l'essere. cordiali saluti

    RispondiElimina
  2. Lillo, cittadino dell'Universo25 dicembre 2015 12:31

    Serene festività=riposo mio caro fratello nelle idee e nei propositi. Auguro a tutti gli Esseri di Buona Volontà di cucirsi nel cuore e registrare nella memoria tutti i Tuoi, che sono anche i miei, propositi e volontà. Lillo, cittadino dell'Universo.

    RispondiElimina