giovedì 29 gennaio 2015

L'ipocrisia del culto dei morti all'interno di una società che non rispetta neanche i vivi.



Ci sono due punti fissi che accomunano tutti gli esseri viventi: il primo è la nascita, che si colloca nelle prime fasi dell'esistenza, ed il secondo è la morte, posta a conclusione della parabola della vita. 

Possiamo affermare di essere polvere di stelle che ha acquisito la consapevolezza della propria esistenza per mezzo di un'azione sintropica, anche se questa stupefacente capacità durerà solamente per un lasso di tempo limitato, ovvero fin quando la ribellione al disordine che consente la vita cesserà a causa dei colpi letali sferrati dal secondo principio della termodinamica. 

Con la morte perderemo la consapevolezza della nostra esistenza tornando ed essere polvere di stelle, ma l'informazione della nostra esistenza continuerà a propagarsi, e il nostro ricordo vivrà, perlomeno fin quando altri esseri umani avranno memoria delle nostre gesta o del nostro pensiero.
  
Quando gli artisti creano opere d'arte, i pensatori scrivono libri ed i matematici dimostrano teoremi, è come se ambissero all'immortalità per mezzo del ricordo degli esseri umani che avranno modo di vivere sulla Terra.

Il concetto di morte non è soltanto una spinta creativa esercitata in virtù della conquista di un surrogato dell'immortalità terrena, ma è anche dolore e sofferenza per chi sopravvive alla perdita dei propri cari.

In ogni società si sono sviluppate forme di culto relative alle persone che non ci sono più.

Noi occidentali le immaginiamo ancora vive, in un certo senso, in una sorta di paradiso metafisico ed illusorio.

I sentimenti di affetto e amore che contraddistinguono gli esseri umani, uniti alla paura di sparire nel nulla, contribuiscono alla manifestazione di questo fenomeno sociale. 

Siamo abituati fin da piccoli a partecipare ai riti funebri organizzati dagli stregoni della Chiesa Cattolica e dedichiamo un giorno all'anno, il 2 novembre, alla commemorazione dei defunti.

Eppure ci ricordiamo veramente del valore del tempo della vita solo quando esso svanisce; riconosciamo l'importanza del rispetto della morte, ma tendiamo ad ignorare il rispetto della vita.

E' questa una delle più grandi ipocrisie della nostra società, che si ferma per commemorare i morti, dedicandogli addirittura una festività, quando magari quelle stesse persone da vive venivano sfruttate giorno dopo giorno all'interno delle fabbriche, ignorate quando avevano bisogno d'affetto o lasciate affogare nella disperazione dovuta alla disoccupazione e alla povertà.

Pratichiamo il culto dei morti, quando invece avremmo un disperato bisogno di adottare il culto dei vivi.

Bisognerebbe festeggiare la vita tutti i giorni, iniziando a trattare le persone come esseri umani quando ancora sono in vita e i gesti nei loro confronti possono acquisire un reale significato. 

E invece, tra una commemorazione e l'altra, il nostro prezioso tempo scorre via veloce come sabbia nelle mani.

Sprechiamo la nostra unica esistenza assecondando le esigenze di un sistema economico malato di profitto, annegando tra mille impegni e false preoccupazioni. 

Conduciamo una vita meccanica e inconsapevole, costretti a svolgere le stesse mansioni, giorno dopo giorno, pur di sopravvivere, fin quando le nostre condizioni di salute non ci permetteranno più di essere considerati produttivi e allora verremo lasciati morire ai margini della società.

Ci sono persone che hanno raggiunto i cento anni senza aver vissuto un solo giorno, perché non hanno saputo cogliere l'occasione della vita.

Per quanto ne sappiamo, abbiamo a disposizione solo questa esistenza; allora l'impegno comune dovrebbe essere di viverla al meglio, collaborando per creare una società che assicuri libertà, benessere e felicità per tutti.

Invece, che cosa stiamo facendo? Abbiamo realizzato una società che è il riflesso della stupidità, dell'egoismo e dell'avidità, alimentando noi stessi quotidianamente i meccanismi di quella che potrebbe essere definita una follia sociale.

Legittimiamo lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di ogni altra forma d'ingiustizia; avalliamo la fame e la povertà; contribuiamo all'inquinamento ambientale ed al malessere degli altri membri del regno animale. 

Tolleriamo una società che non ci procura benessere e felicità, ma dolore e sofferenza, e per fuggire da questa dura realtà ricorriamo a vizi, abusi e dipendenze, peggiorando ulteriormente la nostra esistenza. 

Ci accontentiamo delle magre consolazioni che il potere ci concede per evitare la ribellione. Alcuni arrivano addirittura a ringraziare i propri sfruttatori, lodando il loro padrone invece di combatterlo.

Altre volte c'illudiamo dell'esistenza d'un paradiso ultraterreno e di un dio onnipotente in grado di donarci l'immortalità, non ora, ma dopo la morte, proprio quando la nostra vita svanirà. 

Barattiamo la certezza del tempo della vita su questa Terra con l'illusione d'un benessere ultraterreno, che purtroppo non arriverà.

Eppure abbiamo già la nostra occasione di condurre una bellissima esistenza, solo che la stiamo sprecando, perché non abbiamo più neanche il coraggio di ripensare la società.

Mirco Mariucci

10 commenti:

  1. Forse si dovrebbero "sfruttare" i diversi culti sui morti per ricordarci di rispettare la vita... Ma purtroppo, sono quasi sempre solo delle pratiche sociali, a cui si partecipa per cultura, tradizione o farsi vedere come "brave persone"

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  2. Complimenti un articolo davvero profondo.

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  3. Veramente la festività, purtroppo è quella dei santi, oggi 2 novembre, sto invece andando a lavoro...finché alla morte, ai nostri morti, non verrà dedicato tempo riflessioni emozioni, anche la nostra vita ne perderà. La morte è una tappa importante della vita, forse la più importante .

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  4. Un'analisi attenta che scava nel profondo delle menti ipocrite imbevute di moralismo religioso.

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  5. Ai pessimisti si deve chiedere dove è situato quel "punto" in cui risiede la consapevolezza di esistere ma non solo. L'osservazione della realtà porta a credere che essa sia e persista ad essere indipendentemente dalla nostra percezione. Dunque il problema sta nella nostra capacità di percepire al di la di questa realtà. Nel Terzo Testamento si illustra esaurientemente come ciò si stia verificando sempre più frequentemente. 666

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  6. su alcune questioni sono d'accordo riguardo per esempio la scienza e la tecnica che ha preso il sopravvento nella nostra società dove l' unico vero scopo e l'autopotenziamento all'infinito e ha preso il posto della religione come nuova "Verità" mettendo sul proprio conto l'uomo che a tal fine viene usato solo come un semplice mezzo. "Io posso essere salvato con la verità della scienza e della tecnica e non con un Dio" E' per questo che non mischierei la "Verità" di oggi con la religione e il credo di ognuno di noi; sono due cause e aspetti diversi. Il tempo escatologico della religione non ha nulla a che fare con il tempo della scienza e della tecnica che la nostra società ha abbracciato e portando avanti. Ma, tutto ha un inizio e una fine.

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  7. Tutto giusto.. a parte la certezza granitica, supportata dal nulla esistenziale, sul fatto che la nostra coscienza non possa sopravvivere alla morte del corpo. Penso che tra la visione scientista e materialista dell'esistenza e l'illusione del benessere ultraterreno, possano esserci mondi intermedi, inesplorati e/o paralleli, che fatichiamo ancora a comprendere.. e che per la nostra incapacità di comprendere, continuiamo a considerare come inesistenti.

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  8. mondi intermedi e incapacità di comprenderli,santi e paradiso sono farina della stessa pasta che c'inchioda allo sfruttamento e alla sofferenza.

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