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sabato 22 novembre 2014

L'iper-consumo e le indesiderabili conseguenze per la società.


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

Potremmo definire l'iper-consumo come quel consumo evitabile che se venisse eliminato non diminuirebbe la qualità della vita degli esseri umani. 

Per comprendere al meglio questo concetto possiamo ricorrere ad alcuni esempi.

Stiamo iper-consumando quando sprechiamo energia, magari perché la nostra abitazione non è coibentata, o quando utilizziamo beni scadenti, che anziché essere progettati per avere una lunga durata, sono realizzati per deteriorarsi e rompersi dopo un breve utilizzo senza possibilità di essere riparati. 

Iper-consumiamo anche quando fumiamo sigarette, o quando gli eserciti utilizzano le armi da guerra per accaparrarsi il predominio sulle risorse petrolifere con il pretesto di difenderci dal terrorismo.

L'adozione dell'iper-consumo porta con sé delle spiacevoli conseguenze sia per l'ambiente che per gli esseri umani. 

L'iper-consumo, infatti, necessita di un'altrettanta dannosa iper-produzione, anch'essa del tutto evitabile, in quanto la sua eliminazione, nella giusta ottica, non diminuirebbe la qualità della nostra vita ma, al contrario, l'aumenterebbe.

Si pensi all'assurdità dei prodotti usa e getta; o agli elettrodomestici, la cui durata di vita media, all'avanzare delle conoscenze scientifico-tecnologiche, si accorcia invece di allungarsi; o a tutti quegli oggetti che hanno l'inspiegabile vizio di rompersi allo scadere della garanzia. 

Non si tratta di fenomeni casuali, ma dei riflessi di una società malata di profitto, che cerca di aumentare i ritmi di consumo.

L'iper-produzione di beni ed energia contribuisce ad aggravare l'inquinamento ambientale e il depauperamento delle risorse disponibili.

Oggi la fonte energetica principale a livello mondiale non è pulita e rinnovabile, come logica e buon senso vorrebbero, ma è inquinante e non rinnovabile.

Per produrre beni devono essere necessariamente impiegate materie prime, che non sempre possono essere riciclate. 

Iper-consumando, quindi, sprechiamo e impieghiamo in modo stupido e dannoso energia e materie prime, arrivando a compromettere l'intero l'ecosistema.

L'iper-produzione richiede anche un iper-lavoro, ovvero una dose addizionale di lavoro che non sarebbe necessaria per soddisfare i veri bisogni dell'umanità, ma che condanna milioni di esseri umani a lavorare per produrre e ri-produrre medesimi oggetti, che vengono consumati dalle stesse persone, che li gettano e devono ricomprarli molto più velocemente di quanto in realtà potrebbe avvenire se quegli stessi oggetti fossero stati concepiti e costruiti per durare a lungo.

Abbandonando l'iper-consumo, con un minor lavoro, lo stesso numero di persone potrebbe avere lo stesso numero di beni; oppure, a parità di lavoro, si potrebbe garantire l'accesso a quel tipo di beni a un maggior numero d'individui.

L'abbandono dell'iper-consumo consentirebbe di ridurre l'orario di lavoro individuale e di muovere un passo fondamentale in direzione della sostenibilità globale delle attività antropiche.

Combinando questi aspetti, si potrebbe fornire un maggior numero di beni a un maggior numero di esseri umani, in modo maggiormente sostenibile e lavorando addirittura di meno.

Il passaggio da una società fondata sull'iper-consumo a una società che consuma in modo ponderato e ragionevole, ovvero che soddisfa i reali bisogni di tutti i suoi membri nel modo più efficiente possibile, rappresenterebbe una strepitosa conquista per il genere umano. 

Senza considerare che tutto ciò oggi è un'impellente necessità, visti i cambiamenti climatici causati dai nostri stili di vita, le condizioni di sfruttamento e di privazione di libertà in cui versano i lavoratori e la povertà sperimentata da milioni di esseri umani.

Eppure le risorse sarebbero più che sufficienti per soddisfare i veri bisogni di tutti, se solo fossero utilizzate pensando a questo fine e venissero impiegate nel modo più efficiente possibile, invece di guardare solo al profitto.

Quello inerente l'iper-consumo è un discorso intimamente legato alla qualità e alla quantità di ciò che consumiamo. 

Il passaggio dall'iper-consumo al consumo, però, non significa diminuire il paniere di beni a nostra disposizione - come alcuni sostengono in mala fede - ma è innanzitutto una questione d'efficienza, se non d'intelligenza e di razionalità.

Se invece di acquistare una lavatrice ogni 10 anni, bene che vada, 8 paia di scarpe all'anno di scarsa qualità, un pacchetto di sigarette al giorno, e usare sempre e comunque la nostra auto inquinante, le lavatrici commercializzate durassero 100 anni, acquistassimo scarpe di qualità solo in caso di vera necessità, smettessimo di fumare, e sfruttassimo le belle giornate per spostarci in bici per quanto possibile, in che modo staremmo danneggiando noi stessi, gli altri o diminuendo la qualità della nostra vita?

Aumentando la qualità, la quantità potrebbe essere ridotta, pur continuando a garantire l'accesso allo stesso paniere di beni e servizi, lavorando e inquinando di meno.

L'abbandono dell'iper-consumo rappresenta una strategia fondamentale in grado di garantire la fine della scarsità per tutti, perché il mio iper-consumo potrebbe soddisfare i reali bisogni di chi, oggi, non ha neppure di che sopravvivere.

L'iper-consumo è anche sinonimo d'inefficienza. 

Un'inefficienza che concretizza un uso stupido e una ripartizione inquina delle risorse e dei beni a nostra disposizione;

che contribuisce ad accrescere inutilmente il fenomeno dell'inquinamento ambientale, e condanna assurdamente gli esseri umani a un lavoro addizionale del tutto evitabile, l'iper-lavoro, appunto.

Allora perché l'iper-consumo è ancora presente nella nostra società nonostante sia dannoso ed evitabile, e a dispetto dei notevoli vantaggi derivanti dalla sua eliminazione?

Tutta questa inefficienza viene scientemente introdotta, indotta e mantenuta in essere, perché è funzionale agli interessi economici di chi intende aumentare le proprie ricchezze, mettendo in secondo piano le vere esigenze dell'umanità.

Nell'odierna Società Capitalistica lo spreco e l'inefficienza sono ben accetti ogni qual volta consentano di ottenere un maggior profitto.

Dover produrre più energia è auspicabile per chi la vende, indipendentemente dal fatto che in questo modo inquinerà l'aria, l'acqua e la terra, e condannerà se stesso e gli altri alla malattia.

Vendere più prodotti, perché hanno una breve durata, è un ottimo affare per le aziende, anche se questa strategia consumerà inutilmente le risorse non rinnovabili, e condannerà l'umanità a una vita di lavori forzati, incrementando artificiosamente la necessità di lavorare e l'inquinamento correlato ai processi di iper-produzione. 

Il paradosso è che le follie associate all'iper-consumo continuino ad avvenire nonostante siano evitabili e chiaramente dannose per la maggior parte degli esseri umani.

Queste dinamiche esistono e continueranno a esistere fin quando ci ostineremo a seguire le logiche del profitto, invece di attuare esclusivamente quanto di meglio sia possibile fare per assicurare il benessere della collettività.

Se s'intende realizzare profitto vendendo energia, è chiaro che ridurne il consumo incrementando l'efficienza rappresenti una strategia in forte contrasto con gli interessi dei venditori, perché dal loro punto di vista più energia viene sprecata e maggiori saranno i profitti.

Una simile dinamica accade anche in ambito medico. 

Se lo scopo è ottenere profitto, non c'è niente di meglio di vendere sigarette che faranno ammalare gli individui, in modo tale che corrano ad acquistare i rimedi commercializzati dalle multinazionali per cercare di ripristinare la loro salute.

Ma come possiamo pensare che un'azienda farmaceutica intenda guarirci se il suo scopo è trarre profitto dalla vendita di medicinali a individui malati?

E ancora, se lo scopo è guadagnare dalla vendita di beni, più il consumatore acquisterà e maggiori saranno gli utili, a parità di costi per il produttore.

Ed ecco che si cercherà in ogni modo di aumentare i ritmi di consumo e presto si arriverà alla follia dell'usa e getta e dell'obsolescenza programmata, che indurranno chiare dinamiche di iper-consumo.

Per chi insegue il profitto, produrre e vendere armi da utilizzare per accaparrarsi il petrolio da trasformare e vendere ai ricchi consumatori dei paesi del Primo Mondo, è preferibile rispetto a rinunciare al commercio delle armi e del petrolio, rendendo gli individui autosufficienti dal punto di vista energetico mediante dei sistemi di auto-produzione locali. E così via...

La strenua e ostinata ricerca del profitto induce una pericolosa deriva delle dinamiche economiche, perché non c'è niente che assicuri che tutto ciò che è in grado di generare un utile remi anche nella stessa direzione di ciò che si dovrebbe effettivamente fare per raggiungere il benessere collettivo. 

E infatti è stata proprio la corsa al profitto ad aver creato l'iper-consumo, ed è ancora l'inseguimento del profitto che, nonostante le odierne criticità sociali e ambientali, spinge alcuni individui a giustificare l'inefficienza a esso correlata, perché è proprio l'esistenza di quell'inefficienza che gli consente di realizzare guadagni altrimenti impensabili.

L'abbandono dell'iper-consumo, in gran parte, può avvenire per mezzo di una scelta individuale, senza rinunciare a nulla di fondamentale.

I consumatori potrebbero contribuire notevolmente a una riduzione di questo dannoso fenomeno, ad esempio evitando di seguire le mode, cercando di acquistare prodotti qualitativamente elevati e cibo a km zero, spostandosi a piedi o in bici e auto-producendo l'energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile.

Ma fin quando l'umanità non sceglierà di abbandonare le logiche del profitto, l'iper-consumo non svanirà, perché da esse è generato, per poi essere indotto e perpetrato mediante apposite strategie di produzione, marketing e altre metodologie di condizionamento sociale.

Alcuni potrebbero sostenere che il passaggio da una società che iper-consuma a una che consuma indurrebbe un'eclatante disoccupazione che non saremmo in grado di gestire.

In realtà la disoccupazione non sarebbe gestibile continuando a impiegare le odierne logiche inerenti l'economia e il mondo del lavoro, ma non c'è nulla che ci vieti di ripensarle!

Se a fronte di una riduzione del lavoro necessario, il sistema produttivo riuscisse comunque a costruire beni e servizi in quantità tali da poter essere forniti a tutti i membri della società, dove sarebbe il problema? 

Basterebbe semplicemente diminuire l'orario lavorativo per suddividere il lavoro residuo tra tutti gli individui che possono lavorare, in modo che ciascuno contribuisca ai processi produttivi senza restare disoccupato, trovando un modo per garantire comunque a tutti l'accesso nei confronti dei beni e dei servizi prodotti all'interno della società.

In altre parole, si prendono le risorse della Terra, si trasformano per realizzare beni e servizi di qualità in quantità sufficiente per tutti, per poi metterli a disposizione della comunità.

Se le risorse, la forza lavoro e la quantità di beni disponibili lo consentono, perché non può essere fatto?

L'idea che non si possa risolvere il "problema" di un'eventuale diminuzione di lavoro umano esiste solo nelle menti condizionate da coloro che temono che la massa prenda coscienza delle alternative e ancor più che le metta in atto, perché evidentemente quest'ultimi stanno cercando di ostacolare il superamento di un sistema economico malato, che al costo dell'inquinamento, della povertà e dello sfruttamento degli esseri viventi e delle risorse comuni, gli assicura ricchezza e potere.

La transizione da una società dell'iper-consumo a una società del consumo, è fortemente auspicabile in quanto rappresenta uno dei punti nodali per incrementare la sostenibilità ambientale, ridurre l'asservimento nei confronti del lavoro e assicurare l'accesso a beni qualitativamente elevati all'intera umanità.

Il passaggio, però, richiede l'adozione di nuove logiche socio-economico-culturali, che siano svincolate dal profitto e dal consumismo.

Pensare di eliminare l'iper-consumo continuando imperterriti ad applicare le stesse identiche dinamiche che l'hanno generato rappresenta una follia logico-razionale. 

La medesima argomentazione sussiste se s'intende realmente migliorare le condizioni di vita degli esseri umani.

Ad oggi, la nostra società riesce a ragionare esclusivamente in termini di profitto individuale:

è questa l'essenza del capitalismo che ne mette in scena il dramma.

Alcuni sostengono che un insieme d'individui, mossi dal motivatore dell'arricchimento personale, che agiscono in competizione in un'economia di libero mercato, contribuiscano, come per magia, al raggiungimento del benessere collettivo. 

Non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di una meschina assurdità: 

se non supereremo la concezione capitalistica continueremo a "goderci" l'illusione della libertà, la disuguaglianza sociale, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, le guerre, l'inquinamento e le malattie.

È giunto il momento di evolverci, e di comprendere l'importanza della cooperazione attuata con un fine comune, che non può che essere quello di assicurare comparabili condizioni di benessere e di libertà all'intera umanità.

La realizzazione di una Nuova Società non sarà cosa facile, ma di certo non rappresenta un'impresa impossibile: la convinzione che non esistano alternative praticabili è soltanto l'ennesimo inganno alimentato da chi detiene il potere.

Una parte della soluzione consiste nel ripensare l'economia e il mondo del lavoro, per creare le condizioni necessarie a porre fine all'iper-consumo senza che il sistema collassi o entri in crisi;

l'altra parte, in un'azione personale, immediata e volontaria volta a modificare responsabilmente i nostri stili di vita e di consumo, cercando di fuggire dai subdoli processi legati all'iper-consumo, che sono utili a chi intende realizzare profitto, ma non di certo all'umanità.

Mirco Mariucci


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2 commenti:

  1. fantastico articolo del quale condivido al 100% il contenuto, non sarei però stato in grado di metterlo per iscritto con tale chiarezza

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  2. ho letto l'articolo e mi è piaciuto,ma credo che il passo non possa essere compiuto fino a quando una pietra preziosa varrà più di tonnellate di riso,fino a quando la gratificazione al mio lavoro corrisponderà nella possibilità di avere più beni e servizi,fino a quando un lavoro varrà più di un altro,fino a quando ci saranno le borse valori,la possibilità di vivere in un mondo ecosostenibile non sarà possibile,poiché l'uomo sarà sempre spinto da questa follia dettata dall'avidita,inoltre per passare dall'iperconsumo al consumo,per passare da una società schiava del profitto ad una societa liberata completamente dalla logica meritocratica iperconsumista, bisogna farlo attraverso un processo di trasformazione partendo da ciò che è,in realtà se ci pensi bene l'unico nostro nemico è il denaro,se riuscissimo a liberarcene potremmo continuare a produrre beni e servizi avendo a disposizione molta più manodopera,ognuno potrebbe attingere a ogni bene,e in quella libertà ogni superfluo scomparirebbe,con quella libertà potremmo produrre dei beni ad impatto amvientale zero,in quella libertà ogni avidità verrebbe superata,cosi come ogni differenza,la gratificazione non sarebbe più rappresentata dai beni,ma dalla riuscita....e questo sarebbe solo l'inizio. ..

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