mercoledì 19 novembre 2014

Il profitto è il cancro della nostra società.


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

Chiunque, in tutta onestà, tentasse d'individuare le principali cause delle distorsioni della nostra società, non potrebbe evitare di considerare le deleterie logiche di profitto.

Alcuni affermano che le azioni di un insieme d'individui in competizione che agiscono l'uno contro l'altro, mossi da un egoistico obiettivo d'arricchimento personale, contribuiscano al raggiungimento del benessere dell'intera umanità. 

Ma di fronte all'evidenza empirica questa affermazione si è rivelata essere tremendamente falsa.

Gli obiettivi d'una società competitiva dedita al profitto individuale non collimano con il raggiungimento del benessere collettivo, semmai permettono di ottenere libertà e ricchezza smisurata a esclusivo vantaggio di una minoranza, scaricando gli oneri sullo sfruttamento indiscriminato di esseri umani e di risorse ambientali, arrivando a compromettere l'integrità dell'ecosistema e la salute di tutti gli esseri viventi. 

La competizione, l'egoismo, l'avidità e il motivatore dell'arricchimento hanno prodotto l'ingiusta e insostenibile società in cui viviamo.

Non è difficile intuire come il profitto induca degenerazioni e distorsioni invece di far raggiungere il benessere collettivo. 

Le dinamiche che regolano una società dedita al profitto sono essenzialmente riconducibili a due casistiche fondamentali:

se una qualsiasi azione ha la potenzialità di generare un sufficiente profitto, allora si cercherà in tutti i modi di attuarla, mentre invece se non è in grado di garantire un qualche tipo di ritorno, non verrà neppure presa in considerazione.

Si può sinteticamente definire la prima delle due dinamiche appena esposte come forma motivante del profitto, mentre per quanto riguarda la seconda si può parlare di forma limitante.

All'interno di una società dove lo scopo è guadagnare denaro, se un'azione garantisce un elevato profitto l'essere umano diviene fortemente motivato ad attuarla, e questo avviene indipendentemente dall'effettiva utilità o dalla dannosità della dinamica stessa, in virtù della prospettiva dell'arricchimento. 

In questo modo, però, le conseguenze dei gesti perdono di significato e passano in secondo piano, in quanto lo scopo non è più compiere un'azione utile in sé, ma attuare una dinamica che sia in grado di assicurare un ritorno economico.

Ecco allora che la forma motivante legittima lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, attuato attraverso l'asservimento a condizioni di lavoro sempre più terribili; 

le guerre o la produzione di armi diventano "normali", così come vendere medicinali, anziché distribuirli gratuitamente, o commercializzare prodotti futili e dannosi per la salute in modo da aumentare le malattie, che poi dovranno essere curate pagando i servizi offerti dai sistemi sanitari privati.

Soppesando le nostre azioni sulla base del ritorno economico, saremo scoraggiati dal voler attuare ogni dinamica che non sia in grado di assicurare un profitto. 

Eppure ci sono cose di fondamentale importanza per l'umanità, che però, allo stesso tempo, non riescono ad assicurare un utile.

Tagliando fuori dall'insieme del fisicamente possibile tutte quelle azioni che non sono in grado di soddisfare le esigenze dettate dalle logiche di profitto, l'insieme dell'attuabile non coincide più con quello del possibile, ma si restringe considerevolmente diventandone un minuscolo sottoinsieme. 

In questo modo s'impone un evidente limite all'umanità: non si possono mettere in atto le azioni realmente necessarie, ma solamente quelle che sono giudicate economicamente ammissibili, perché sono in grado di generare un profitto.

Così, se sfamare, curare e istruire i poveri non assicura un ritorno economico, allora i poveri moriranno di fame, non potranno curarsi e resteranno analfabeti.

Se rendere non inquinanti i processi produttivi richiede una perdita economica, le aziende continueranno a inquinare l'ambiente. E così via.

Con la forma limitante si sfata in un sol istante il mito neoliberista dello Stato minimo, privato della sovranità e che agisce in condizioni di libero mercato, perché all'interno di un'economia monetaria, senza un attore disposto a spendere in modo svincolato dalle logiche di profitto, non ci sarebbe più nessuno a realizzare quelle opere giudicate "antieconomiche", che invece sarebbero fondamentali per assicurare il benessere ai membri della società.

La forma motivante si traduce in un'altra tipica manifestazione: l'attaccamento inerziale al profitto. 

Infatti, se una dinamica in atto è in grado di generare profitto, chi trae vantaggio da essa farà di tutto affinché venga mantenuta in essere, aumentando l'inerzia nei confronti d'un cambiamento che in realtà, in molti casi, sarebbe auspicabile.

Un simile atteggiamento è concausa, insieme alla forma motivante, del mancato passaggio dalle fonti inquinanti non rinnovabili, alle fonti non inquinanti rinnovabili. 

Le logiche di profitto suggeriscono che si debba continuare a bruciare petrolio fin quando questa strategia non sarà più in grado di garantire un utile maggiore rispetto alle altre soluzioni esistenti per produrre energia, fregandosene altamente dei problemi ambientali collegati.

Chi trae vantaggio dallo sfruttamento dell'oro nero, si impegnerà in ogni modo affinché il passaggio alle rinnovabili avvenga il più tardi possibile, contribuendo al mantenimento in essere di un disastroso processo d'inquinamento su scala globale ampiamente evitabile.

Le distorsioni della nostra società e la mancata applicazione delle possibili soluzioni, non sono fenomeni casuali, ma il frutto del connubio tra la forma limitante e la forma motivante indotte dalle logiche del profitto.

Il fine dell'accumulazione e la forma motivante giustificano le dinamiche più indecenti e dannose; 

la forma limitante c'impedisce di attuare quelle soluzioni che sarebbero fondamentali per raggiungere abbondanza e libertà, non perché siano fisicamente impossibili da realizzare, ma perché si trovano al di fuori dell'insieme dell'economicamente ammissibile; 

l'attaccamento inerziale mantiene in essere le dinamiche deleterie che però sono in grado di assicurare un ritorno maggiore dell'investimento iniziale, ostacolando così un cambiamento auspicabile, se non vitale, per l'umanità.

Oggi come non mai abbiamo risorse, conoscenze e capacità per garantire abbondanza, sostenibilità ambientale e libertà per tutti gli esseri umani, eppure non possiamo attuare le soluzioni che ci permetterebbero di raggiungere questi nobili obiettivi, perché ci ostiniamo a rimanere ancorati all'idea di dover necessariamente inseguire il profitto.

Se non possiamo realizzare prodotti durevoli anziché qualitativamente scadenti e facilmente deteriorabili;

se continuiamo a far lavorare gli esseri umani al posto delle macchine, invece di liberarli dall'asservimento lavorativo pur potendogli garantire l'accesso a beni e servizi; 

se manteniamo in essere la disoccupazione, invece di ripartire il lavoro su tutti gli esseri umani diminuendo l'orario pro-capite; 

se continuiamo a combattere guerre per accaparrarci le risorse da sfruttare, invece che condividerle con l'intera umanità; 

se la richiesta energetica globale è ancora soddisfatta mediante l'utilizzo massivo di combustibili fossili inquinanti; 

se quello che riusciamo a realizzare deve essere acquistato anziché essere distribuito gratuitamente... 

è perché ci ostiniamo stupidamente a porre le logiche del profitto a fondamento della nostra società.

Non dovremmo compiere scelte sulla base di quanto ritorno economico sono in grado di assicurare, ma valutando la loro effettiva utilità sul percorso del raggiungimento del benessere degli esseri viventi. 

La logica non dev'essere quella del profitto, ma quella dell'utilità collettiva.

Un'azione dev'essere intrapresa in virtù di quanta felicità può apportare a ciascun individuo, senza diminuire quella di nessun altro.

È giunto il momento di abbandonare la miopia e l'egoismo indotti dall'inseguimento del guadagno personale, per iniziare a guardare alle vere necessità di tutti i membri della società.

Il profitto dovrebbe essere l'ultima delle nostre preoccupazioni, non la principale e le sue logiche deleterie dovrebbero essere estirpate, invece di essere incentivate e ricercate.

Il profitto è il cancro della nostra società che deve essere sconfitto, se intendiamo realmente costruire un mondo a misura di essere umano.

Mirco Mariucci

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1 commento:

  1. non e' il profitto, e' l'interesse passivo collegato all'emissione monetaria il male del sistema. Ossia quella moneta che dovrebbe essere un mero mezzo di scambio non lo e', e' un debito per la collettivita'...un debito "interesse passivo" , non creato dal sistema bancario ( banche centrali e commerciali ) e quindi inesistente. Un debito "interesse passivo", per il quale e' necessario fare altro debito per poter ripagare cio' che non esiste e che in questa maniera si cumulera' sempre su se stesso in un salire continuo ( debito pubblico ) che alla fine esplodera'...

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